Scuola, tutti i problemi dei registri elettronici

A scuola i registri elettronici hanno ormai soppiantato i vecchi strumenti cartacei. Restano, però, in sospeso alcuni problemi.

n molte scuole sono da anni un ricordo, avvolto dalla luce romantica dei cosiddetti bei tempi andati. I registri cartacei, che occhi adolescenti scrutavano con apprensione quando il prof li apriva per decidere chi interrogare, sono spariti da tanti istituti scolastici. Oggi molte giornate in classe iniziano non con l’apertura del librone ma con il nome utente e la password dell’insegnante, che fa l’appello, segna assenze e ritardi, argomenti delle lezioni e voti, tutto in formato virtuale nel registro elettronico. E le famiglie possono aggiornarsi in tempo reale sul figlio che ha preso 4 in greco o che, per non rischiare, ha marinato la scuola.

Il passaggio dal registro concreto a quello fatto di bit ha origine in un decreto legge del 2012, poi convertito in legge nel medesimo anno. Con questa norma, nell’ottica della razionalizzazione della spesa pubblica, si impone alle pubbliche amministrazioni – scuole comprese – di sostituire tutti i documenti cartacei con l’equivalente elettronico. Voti, assenze, scrutini, pagelle, comunicazioni di vario genere devono, pertanto, lasciare la carta e migrare nell’universo virtuale. E, come dicevamo, allo stato attuale, la dematerializzazione (è questo il termine tecnico adoperato) ha ormai raggiunto tantissime scuole, entrando nella quotidianità di studenti, genitori e docenti.

Ma questo porta con sé un problema, a quanto pare non puramente teorico. Partiamo da un concetto di base: “I registri adoperati nelle scuole sono considerati legalmente degli atti pubblici”, ricorda Marco Mancarella, docente di Informatica giuridica e informatica della Pubblica amministrazione presso l’Università del Salento e avvocato esperto in diritto dell’Amministrazione digitale e diritto delle nuove tecnologie.

Per il registro di classe questo è chiaro praticamente da sempre, a partire dal regio decreto 965 del 1924, e confermato da tutta la giurisprudenza successiva”, continua. “Il registro personale del docente è considerato invece atto pubblico dalla più recente giurisprudenza penale”. La legge che riguarda gli atti pubblici è piuttosto chiara: “Il Codice dell’amministrazione digitale, come modificato dal decreto legislativo 179/2016 – sottolinea Mancarella –, ha precisato che gli atti pubblici sono nulli se privi di firma digitale o qualificata”. I registri elettronici in uso nelle scuole, che inglobano le funzioni del giornale di classe e del professore, rispettano questo parametro essenziale per gli attipubblici? “Assolutamente no”, aggiunge l’avvocato. “L’assenza di firme qualificate o digitali dei docenti che li compilano li renderebbe di fatto nulli”. Come comportarsi in questa fase in cui il cambiamento sembra aver preceduto una capillare e corretta applicazione delle norme, non certo per colpa delle scuole? “Il consiglio che possiamo dare in questa fase è quello di far apporre firme digitali periodiche ai dirigenti scolastici, unici aventi ruolo e poteri di firma in questa direzione”, conclude Mancarella.

Ma le questioni formali non costituiscono l’unico problema. I registri elettronici sono contenitori virtuali di una miriade di dati personali, il che comporta la necessità di applicare la normativa sul loro trattamento. “Tutti i soggetti i cui dati sono presenti nei registri elettronici hanno il diritto alla correttezza e alla sicurezza di questi dati”, sottolinea Francesco Modafferi, dirigente di ruolo del Garante per la privacy. “Purtroppo, alla legge del 2012 non è seguito, da parte del Miur, un piano complessivo per la dematerializzazione dei registri, né si è interpellato al riguardo il Garante per la privacy”, continua. In assenza di direttive condivise, le diverse scuole e le aziende fornitrici hanno proceduto in autonomia, senza nessuna garanzia ufficiale di conformità. “Una regola unitaria valida per tutte le scuole, ovvero un atto di indirizzo da parte del Miur con il parere del Garante per la privacy, sarebbe senz’altro opportuna”, afferma Modafferi.

Al momento, inoltre, le norme prevedono misure minime di sicurezza, che risalgono al 2003. “Per un sistema come quello dei registri elettronici”, continua l’esperto,si tratta di uno standard di sicurezza insufficiente, se non affiancato da altre cautele. Vi si parla, per esempio, di password non inferiori a otto caratteri, da cambiare almeno ogni sei mesi”. Nell’attuale contesto tecnologico, il Garante ha infatti spesso rafforzato tali misure nei propri provvedimenti diretti alla pubblica amministrazione, al fine di renderle più idonee in rapporto ai rischi.

Nella pratica, si può riscontrare come i registri oggi usati nelle scuole di tutta Italia non si siano dotati di particolari cautele. Come tutti gli insegnanti sanno bene, per accedere al proprio registro basta un login semplicissimo, in un solo passaggio, ben diverso da quelli che si adoperano comunemente per accedere al conto bancario o alla propria busta paga (anche questi, comunque, tutt’altro che inviolabili), ma anche, se abilitati, ad account social o caselle di posta elettronica. Il limite di validità delle password è spesso abbassato a tre mesi, ma questo non costituisce certo una forte protezione. Al momento risulta che le aziende abbiano cominciato a offrire il servizio di one-time password in applicativi destinati alle scuole. Si tratta di una possibilità che potrebbe, in futuro, rappresentare un buon punto di partenza anche per i registri elettronici, se effettivamente richiesta e applicata dagli istituti scolastici. Nella scuola dei nativi digitali, infatti, i furti e le alterazioni di dati nei registri elettronici non sono un rischio puramente teorico, come la cronaca talvolta riporta. Se per garantire la sicurezza dei registri cartacei bastava una porta robusta e sorvegliata e buone serrature, ben più complicato è farlo con i registri online.

C’è poi un altro aspetto che mi sembra ingiustamente passato sotto silenzio. L’errore umano è sempre possibile, anche sui registri. Una volta la procedura in uso per la correzione prevedeva che il professore lasciasse traccia della revisione, magari evidenziando il proprio intervento con un diverso colore di penna. Si garantiva così la trasparenza, permettendo il controllo e l’ispezione. I registri elettronici attuali permettono sì la correzione, ma questa solitamente non lascia alcuna traccia nella visualizzazione dei dati. La scuola può decidere di limitare il tempo entro il quale attuare la sostituzione del dato, ma questo può essere alterato senza che l’intervento si noti. E se invece della correzione di una svista si trattasse di una deliberata alterazione?

Un ulteriore serio problema formale è rappresentato dalle scarse dotazioni informatiche a disposizione dei docenti in diverse scuole, tali da impedire la compilazione dei registri in tempo reale”, aggiunge Mancarella. “Se questa compilazione non avvenisse tempestivamente e, possibilmente, nella classe di riferimento, potrebbero esserci anche responsabilità penali”, spiega l’avvocato. “Spesso in questi casi è la giurisprudenza ad arrivare, prima e meglio del legislatore, ai nodi delle questioni, generando poi un immediato adeguamento da parte delle scuole”, conclude. Un auspicio che si può condividere, vista l’urgenza della questione.

di: Anna Rita Longo

da: www.wired.it

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One Comment

  1. Amelia Amaro 10 giugno 2017 at 7:35 pm - Reply

    A seconda del programma adottato dalla scuola capita che per giornate intete non di può accedere. Spesso nei luoghi dove non é arrivata la fibra i docenti devono utilizzate la loro connessione privata co naturalmente dei costi. Itempo perso che potrebbe essere usato per fare lezione…….. e i dati che un giorno andranno perduti per sempre perché scritti con programmi che diventetanno obsoleti…….. meditiamoci su , forse non é cosi utile.

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