Federculture, gli italiani tornano a spendere per libri e spettacoli

La spesa media della famiglia è di 130 euro, con un più 2,9% nel 2016 rispetto al 2015. In totale 68,4 miliardi di euro. Il ministro Dario Franceschini: “Un deciso cambio di rotta”. Ma restiamo agli ultimi posti in Europa e tra i meno agiati dilaga la “non partecipazione culturale”.

Che sia alla vecchia maniera o 4.0 l’industria culturale italiana cresce. Un deciso cambio di rotta rispetto a tre anni fa quando si era raggiunto il punto più basso, complice la crisi economica. Ora però il vento è cambiato. I consumi ricreativi o intellettuali si sono stabilizzati e anzi vanno meglio. A scapito di chi diceva che la cultura era “un lusso che l’Italia non poteva permettersi”. A raccontarlo mettendo in fila i numeri è il tredicesimo Rapporto Federculture, che misura come e dove si dirigono le preferenze degli italiani quando decidono di prendersi tempo per sé, qual è lo stato delle imprese del settore (musei, teatri, fondazioni), che con difficoltà sono riuscite a sopravvivere alla crisi. Certo ci sono ancora due Italie anche in campo culturale, con il Sud che spende meno, ma per ragioni di reddito e il Nord, dove la spesa è superiore. E anche sulle classi demografiche i dati si differenziano.

Unico buco nero, i libri. Tranne per i giovani.

I diciottenni che hanno preso il bonus di 500 euro, lo hanno speso per il 77,8% in libri. Certo molti saranno testi scolastici, ma l’interesse c’è. E Federcultura se fa un assist al governo (per la ripresa degli investimenti e per la felice intuizione “un euro in sicurezza uno in cultura” e per l’Art bonus) dall’altro lo richiama a definire una normativa che definisca una volta per tutte cos’è un’impresa culturale. Che è altra cosa – si legge nel Rapporto – dall’impresa creativa. Poi elenca i nodi chiave ancora irrisolti: dalle città culturali e turistiche, al patrimonio sparso nei piccoli centri storici italiani, spesso abbandonati o ancora sepolti dalle macerie dei terremoti. E lancia una sfida. Se da un lato la cultura (patrimonio, musei, turismo) è un asset strategico dell’economia, dall’altro “Ius soli o no – scrive Andrea Cancellato, presidente di Federculture – non possiamo non considerare che l’Italia è abitata da milioni di persone con le quali dobbiamo dialogare…e la cultura, il presidio culturale, la forza della bellezza, possono essere non tanto strumento di integrazione sociale…quanto un fattore determinante per la qualità della nostra società”.

Comunque gli italiani, grandi ignoranti in cultura finanziaria, non c’è dubbio che amino il bello. Il 2016 si è chiuso per i musei con ben 45,5 milioni di visitatori, 7 milioni in più rispetto al 2013. Certo ci sono i turisti, ma con l’ingresso gratis in alcune domeniche c’è stato un piccolo boom. La spesa delle famiglie italiane per cultura e ricreazione ha raggiunto i 68,4 miliardi di euro, recuperando buona parte di quanto perso nel 2012-2013, quando era scesa sotto i 64 miliardi (la quota più bassa del decennio). Non solo. La spesa registra uno degli aumenti percentuali maggiori, +2,9% sul 2015, con un importo medio di poco superiore ai 130 euro mensili. A tirare nel 2016 sono stati i concerti pop (+7,8%) e le visite a siti e musei (+5,5%). Cresce anche la spesa per spettacoli dal vivo, (+4,3%). Il bilancio è che tra il 2013 e il 2016 la spesa in cultura e ricreazione degli italiani è aumenta del 7%, mentre quella generale è salita del 4,3%. C’è da dire però che la maggior parte della spesa si concentra su servizi culturali e ricreativi, tra cui teatro, cinema, musei, concerti con una spesa quest’ultima che nel 2016 è stata pari a 29 miliardi di euro. Positive le voci per ingressi +4,3%, spesa al botteghino +4%, spesa del pubblico +1,4%.

Chi investe più soldi in cultura risiede al Nord, in quello che era il vecchio triangolo industriale (160 euro contro una media di 130,06), perché nel Nord Ovest si scende (80 euro), tranne che nel Trentino Alto Adige dove si sale a 209, la regione più virtuosa. Il Centro è sotto la media nazionale (129 euro), come le Isole (80) e il Sud (90). Ma alla base del divario c’è soprattutto il reddito e il titolo di studio, che influisce anche sui dati della lettura. Un disasto, ma da sempre: la quota degli italiani che legge almeno un libro l’anno e non per motivi scolastici o professionali scende nel 2016 al 40,5%. C’è però uno zoccolo duro di italiani, il 22%, che legge almeno quattro volumi l’anno.

La partecipazione alle attività culturali è fortemente connessa con il livello di benessere delle famiglie, con il titolo di studio e con l’anagrafe. E nelle famiglie a basso reddito, dove di concentrano gli stranieri, si verificano fenomeni di vera e propria “esclusione culturale”, con una quota di mancata partecipazione che supera il 55% degli appartenenti al gruppo sociale. La prova del nove? Nelle famiglie che fanno capo alla classe dirigente la non partecipazione culturale crolla al 9%.

Ma non è solo questione di reddito. Spendiamo meno per ricreazione e cultura anche rispetto a Paesi più poveri del nostro, come Bulgaria, Ungheria e Polonia. E nettamente meno di Svezia, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito e Germania. Peggio di noi, Lussemburgo, Cipro, Irlanda, Portogallo e Romania (con valori prossimi al 6%), mentre la Grecia resta fanalino di coda con una spesa pari appena al 4,5% rispetto alla spesa complessiva della famiglia. Ma certo lì la crisi ha colpito duramente.

Certifica il cambiamento il ministro della Cultura, Dario Franceschini. “Il Rapporto – scrive nella prefazione del Rapporto – fotografa il deciso cambio di rotta conosciuto negli ultimi tre anni dall’intero settore. Alla decisa ripresa dei consumi culturali, ormai stabilizzata, si associa un aumento significativo delle risorse pubbliche e una maggiore efficienza dei fondi europei”. Forse, per una volta, spesi e spesi bene.

 

di: Barbara Ardù

da: www.repubblica.it

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By | 2017-11-09T17:15:55+00:00 novembre 9th, 2017|Didattica, Editoria, Formazione, Insegnanti, MIUR, News, Recensioni, Scuola Digitale, Scuole, Studenti|0 Comments

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