liceo_classicoI dati forniti recentemente dal Ministero sulle nuove iscrizioni alla scuola superiore evidenziano fra l’altro una diminuzione, già in atto da qualche anno, delle iscrizioni al Liceo Classico.

I dati forniti recentemente dal Ministero sulle nuove iscrizioni alla scuola superiore evidenziano fra l’altro una diminuzione, già in atto da qualche anno, delle iscrizioni al Liceo Classico. Questo dato è stato variamente commentato su giornali, forum e newsgroup.

Alcune osservazioni riguardano fenomeni magari legati a situazioni momentanee, ma indiscutibili e sotto gli occhi di tutti. Gli studenti di oggi sono meno propensi a spendersi in studi che richiedono impegno e concentrazione e scelgono spesso percorsi che promettono di essere scorciatoie poco faticose (ma anche alla fin fine poco efficaci, se uno sarà chiamato a conquistarsi il posto in società con le proprie forze); d’altra parte la crisi economica rende difficoltosa per diverse famiglie la prospettiva di proseguire gli studi e spinge, con la benedizione del ministero, verso scuole che prospettano un ingresso più immediato nel mondo del lavoro (senza peraltro tener conto che in questi anni la percentuale di diplomati occupati è diminuita in modo proporzionale a quella dei laureati, anche se i media hanno enfatizzato solo il calo di questi ultimi).

Altri commenti denotano invece un atteggiamento decisamente superficiale e scarsa conoscenza di che cosa significa veramente il percorso formativo del Liceo Classico ed in particolare studiare Latino e Greco: il più delle volte si descrive il Classico come una scuola parolaia e retorica, avulsa dalla realtà e incapace di formare nei propri alunni una forma mentis scientifica. Da addetto ai lavori e diretto interessato vorrei fornire il mio contributo sull’argomento, con una chiave di lettura un po’ particolare, ma di cui sono fermamente convinto. Ormai da 16 anni mi occupo di orientamento per il mio Liceo Classico e ogni anno effettuo delle ricerche sul database di Almalaurea per verificare il rendimento dei diplomati del Classico nelle varie facoltà degli Atenei italiani confrontato con quello dei diplomati di altri indirizzi, in primis il Liceo
Scientifico, con particolare attenzione alle facoltà cosiddette scientifiche, nelle quali i nostri alunni, secondo l’opinione corrente dovrebbero essere penalizzati.

Ebbene, sia la percentuale dei laureati con lode sia quella dei laureati con voto almeno uguale a 105, che poi sono coloro che hanno le maggiori possibilità di trovare un lavoro in tempi ragionevoli, è superiore per chi ha frequentato il Liceo Classico rispetto alle altre scuole liceali o tecniche che siano (peraltro oggi per alcuni indirizzi il confine è molto labile): non sto parlando di facoltà come Giurisprudenza o Lettere, ma di Ingegneria, Medicina, Economia, Agraria, Architettura, Design e Arti, etc.

Se si partisse dai dati e non dai pregiudizi, si vedrebbe che chi ha fatto il Classico ha una reale mentalità scientifica, quella che parte dall’osservazione attenta e rigorosa dei particolari, ne astrae delle conclusioni, sa distinguere variabili e costanti, per giungere ad una soluzione, e sa infine applicare questo metodo a problemi di ogni tipo, una volta acquisite le specifiche nozioni tecniche. Il fatto è che nel mondo di oggi si fa una grande confusione fra scienza e tecnologia e si tende a ridurre la prima alla seconda, il cui grave rischio è quello di poter essere meccanica ed irriflessa; in realtà la società in cui viviamo è ipertecnologica, ma pochissimo scientifica.

Se si avesse veramente a cuore la formazione di una mentalità scientifica, critica, problematica, si riconoscerebbe che lo studio della lingua latina e della lingua greca può concorrere con grande efficacia a questo risultato: chi conosce la realtà dell’insegnamento di queste lingue sa che l’analisi di un testo latino e greco avviene con tecniche e procedure che richiamano ad es. quelle della programmazione informatica (che non a caso usa dei linguaggi dotati di una loro sintassi) ed utilizza operatori logici che sono in comune con le materie “cosiddette scientifiche”; in questo senso la distinzione “vulgata” fra materie umanistiche e
scientifiche è impropria e fuorviante.

Premesso questo, tradurre un testo latino e greco ha però una valenza formativa che va oltre la procedura rigorosa e scientifica applicabile ad un problema di matematica, che raggiunta la soluzione si esaurisce in se stessa, almeno nell’ usuale esperienza scolastica; significa anche confrontarsi col “diverso”, sul piano linguistico e sul piano culturale (due piani strettamente associati fra loro ed inseparabili per una comprensione totale): non si può tradurre se non ci si pone, per quanto possibile, nei panni, nel modo di pensare e comunicare di un autore che è vissuto in un contesto lontano nel tempo e diverso dal nostro, con modelli valoriali differenti ed un modo peculiare di considerare se stesso, i suoi simili, il mondo nel suo complesso. Questo confronto condotto in più anni, con un livello di approfondimento e complessità crescenti, contribuisce, ovviamente in forte sinergia con altre discipline, alla creazione del senso storico (drammaticamente carente nei ragazzi di oggi), induce sempre alla riflessione (utile riequilibrio all’immediatezza mordi e fuggi di tanti messaggi della comunicazione moderna) e talora al dubbio (caratteristica umana tanto preziosa quanto pericolosamente assopita nell’odierna società), stimola alla creatività (o per sviluppo o per contrasto rispetto a ciò con cui ci si è confrontati).

Una funzione formativa così complessa e completa non può essere affatto svolta dall’insegnamento delle lingue moderne, che per ovvie ragioni è progressivamente evoluto in senso pragmatico-strumentale e sempre più finalizzato all’uso pratico: tant’è vero che da esso è ormai scomparso l’esercizio della traduzione. Chi crede di poter sostituire l’insegnamento delle lingue antiche con quello delle lingue moderne a parità di risultati si sbaglia di grosso: procedure, metodi, funzioni e risultati sono molto diversi fra loro.

In sostanza il Liceo Classico si presenta come una straordinaria eccezione nel panorama scolastico nostrano ed europeo. Da un lato dimostra, dati alla mano, efficacia nel formare abilità mentali permanenti applicabili ad ogni specializzazione di studi; chi fa strumentalmente notare che dopo qualche anno i diplomati del Classico non si ricordano più la grammatica latina e greca o non sanno più tradurre brani di una certa difficoltà, dimentica o ignora che l’obiettivo non è certo quello di creare filologi o glottologi di professione (che saranno una percentuale minima), ma che dopo tale corso di studi rimane qualcosa di ben più importante:e duraturo: una forma mentis rigorosa, ma aperta, unita alla capacità di controllare i settori linguistici più tecnici ed esclusivi. Dall’altro lato il Liceo Classico, per la singolarità del suo impianto culturale, assolutamente non convenzionale e non conformista nel panorama attuale, può veramente svolgere la funzione di coscienza critica della nostra società.

Ed è proprio in relazione a tale potenzialità che, secondo me, sono state volutamente create negli ultimi anni delle condizioni sfavorevoli alla permanenza ed allo sviluppo di questa scuola. Ripetutamente si è tentato di ridurre il Classico ad una scuola per pochi specialisti od antichisti (ovvero quattro sfigatissimi topi di biblioteca, destinati a consumarsi in una ricerca solitaria e fine a se stessa, senza alcuna rilevanza sociale).

Prima si è provato per via legislativa (con la prima bozza della riforma Berlinguer), ultimamente in modo più subdolo, attraverso una campagna mediatica volta a creare terra bruciata intorno a questo tipo di studi: nell’ultima parte della legislatura si è insistito in maniera ossessiva sulle lingue straniere e sulle nuove tecnologie, quale unico e sufficiente passaporto per l’inserimento nella società; nulla è stato evidenziato riguardo alla natura prevalentemente strumentale sia dell’uno che dell’altro elemento.

In particolare, senza minimamente fare chiarezza sulla profonda differenza fra scienza e tecnologia, oggetti come le LIM sono stati presentati come taumaturgicamente capaci di produrre rivoluzioni epistemologiche, mentre in realtà sono solo strumenti, per quanto sofisticati, che possono dare effetti tanto positivi quanto negativi in base all’uso che se ne fa: ad es. una LIM può essere molto efficace per la possibilità di integrare linguaggi diversi, come quello verbale e quello visivo-iconico o musicale (ed in questo senso può venire utile anche nell’insegnamento delle lingue e delle civiltà antiche), ma può anche portare a superficiali schematizzazioni, con la riduzione ai minimi termini dei contenuti, o viceversa ad una dispersività nozionistica priva di un quadro concettuale unitario (come avviene spesso nelle “libere” navigazioni sul web); in sostanza ciò che fa la differenza è la qualità e la consapevolezza della mente che programma questi strumenti. Perchè dunque a livello politico si mira a ridurre nel sistema scolastico l’aspetto formativo (formazione della personalità a 360 gradi, in tutte le sue componenti), cercando di convogliare con un’informazione parziale e distorta i ragazzi verso percorsi di carattere prevalentemente
addestrativo ?

Che questo sia l’obiettivo lo si vede bene dalle reazioni del ministero agli esiti delle iscrizioni 2013, in cui si mette in evidenza con soddisfazione che le famiglie italiane hanno saputo andare dietro alle “opportunità” e che il Liceo Classico è ormai “il fanalino di coda” nelle scelte. La spiegazione di questa manovra è molto probabilmente in quello che si lasciò sfuggire qualche anno fa ad un corso di aggiornamento sulla riforma berlingueriana dei cicli scolastici un ispettore chiamato ad illustrarci le prospettive future; egli ci disse che a livello europeo c’erano state forti sollecitazioni perchè l’Italia modificasse il suo sistema secondario superiore, perchè : “noi abbiamo una scuola superiore troppo buona” – si lasciò appunto sfuggire – poi cercò di correggersi: “cioè….. noi abbiamo una scuola superiore troppo impegnativa per i suoi contenuti culturali e quindi troppo selettiva e ciò non consente di avere tutti quei diplomati che richiede il mercato del lavoro”.

Il ragionamento è chiaro : il sistema consumista-neoliberista su cui si fonda il mondo globalizzato richiede da un lato una forza lavoro di esecutori addestrata a svolgere determinati compiti senza porsi particolari domande riguardo alla natura ed alla finalità dei compiti stessi e dall’altro una massa di clienti non troppo esigenti, critici e selettivi nei confronti dei prodotti materiali e non che il mercato via via sforna; troppa cultura ed istruzione nel senso più pienamente formativo del termine sono viste come un qualcosa di superfluo o addirittura come un potenziale ostacolo per la permanenza e lo sviluppo del sistema. In questo senso una scuola come il Liceo Classico non può che essere vista dai poteri economici come non organica ai propri interessi ed anche un’eccezione pericolosa.

Potrebbe essere difficile piegare ai diktat del mercato delle persone che hanno acquisito gli strumenti per analizzare in profondità e decrittare i messaggi che vengono loro indirizzati, individuandone eventuali sottintesi ed inganni, che attraverso uno studio approfondito della storia hanno riflettuto sul faticoso ma civilissimo percorso che ha portato all’affermazione della dignità e dei diritti del lavoratore, adesso in fase di smantellamento pezzo dopo pezzo, oppure che sono entrate in contatto con delle civiltà in cui la concezione del tempo era profondamente diversa da quella attuale, freneticamente e nevroticamente rivolta verso obiettivi esterni alla persona, e si sosteneva la necessità di usufruirne almeno in parte per se stessi con la necessaria “lentezza” che ciò comporta, oppure infine che, attraverso il loro viaggio nel passato, hanno conosciuto sia modelli di vita maggiormente in armonia con la natura sia i disastri derivati dalla pretesa di piegare il nostro ambiente vitale all’ossessione del profitto e di una “crescita” incontrollata. Meglio allora mettere a tacere una voce fuori dal coro, che potrebbe in qualche modo incrinare il modello unico, su cui si basa il mondo globalizzato.

Sono stati così costruiti a livello europeo dei modelli di valutazione della scuola organici alla funzione prevalentemente strumentale e addestrativa, che le si vuole affidare: ovviamente da essi la scuola italiana, specialmente nelle sue componenti più tradizionali e culturalmente complesse, risulta sempre in ritardo ed inadeguata rispetto ai sistemi scolastici europei, già da tempo ampiamente omologati ai fini della costruzione dell’accoppiata esecutori-clienti.

Così sono stati condizionati i processi di riforma, che hanno enfatizzato l’aspetto tecnologico-applicativo, ma non per questo scientifico, ed hanno ridotto lo spazio per il cosiddetto settore “umanistico” (vedi
ristrutturazione del Liceo Scientifico); e si è poi scatenata, sulla base dei risultati scontati forniti dai modelli, un’offensiva mediatica per indirizzare la popolazione scolastica verso i percorsi conformi allo scopo che si vuole ottenere.

Un po’ come succede con le Agenzie di rating che, sotto l’apparenza dell’obiettività, dirigono mercato e scelte politiche laddove vogliono gli interessi finanziari che stanno dietro di esse. A completamento di quest’operazione sono stati inseriti a selezionare l’accesso all’Università i famigerati test, che favoriscono il puro nozionismo ed il tecnicismo asettico e non valorizzano affatto la formazione complessiva della persona; anche questo non può che penalizzare una scuola come il Liceo Classico.

Ma ci si dovrebbe rendere conto che tale impostazione complessiva alla lunga finisce per danneggiare gravemente tutta la società. Facciamo il caso della formazione dei futuri medici. Con il sistema dei test è stato reso più difficoltoso l’accesso ai diplomati del Classico, ai quali può mancare sul momento qualche nozione di chimica o di analisi matematica, peraltro tranquillamente acquisibile in tempi brevi, ma che, oltre a conoscere il Greco, da cui deriva tutta la terminologia medica e farmaceutica, sono dotati di una formazione culturale più ampia, sono abituati a correlare fra loro i vari elementi della realtà, ad osservare
le cose in profondità ed in modo problematico, a dare il giusto rilievo agli aspetti psicologici ed umani; un buon medico dovrebbe avere in dotazione una buona dose di “humanitas” nel senso classico quando si confronta con il suo paziente, considerandolo come persona in tutte le sue componenti, non solo quelle fisiche e biologiche, ma anche intellettive, sociali, relazionali, in quanto inestricabilmente intrecciate fra loro.

Ebbene i test di accesso rischiano di sbarrare la strada a chi ha questa “forma mentis” e di aprirla alla figura di un medico-tecnico distributore di farmaci, che tratta il paziente malato alla stregua di un macchinario con un componente guasto da riparare.

Per concludere, alla base del calo di iscritti del Liceo Classico ci sono sì dei fattori contingenti che potranno forse rientrare in un prossimo futuro, ma c’è anche una scelta di banalizzazione ed appiattimento del sistema scolastico, dagli effetti purtroppo più duraturi, che la politica, oggi prigioniera della propria incapacità, ha effettuato sotto la pressione dei poteri economici, i veri padroni del mondo. Se un domani la classe politica, affrancandosi dall’ossessione di “rassicurare i mercati”, di “fare ciò che il mercato richiede”, vorrà impostare un percorso più lungimirante, per creare una società più ordinata, razionale ed a misura d’uomo, creativa ma anche capace di individuare in modo critico i pericoli del cosiddetto “progresso” e di correggerne eventuali errori, dovrà probabilmente ripartire da una formazione completa della persona, quale quella che il Liceo Classico, pur tra mille difficoltà, continua ancora oggi a garantire.

di: Lodovico Guerrini

da: www.orizzontescuola.it