TabletIl 17 maggio guru dell’editoria a confronto sulla rivoluzione 2.0 nelle aule. Il presidente Anarpe Piemonte: «Strutture inadeguate e docenti ancora senza esperienza».

E’ giusto che la scuola sostituisca il libro cartaceo con il libro digitale? Il dibattito sulla rivoluzione firmata Francesco Profumo sbarca alla Fiera Internazionale del Libro 2013. Venerdì 17 maggio, a partire dalle ore 15.30 presso la sala Business del Lingotto Fiere di Torino, guru dell’editoria si confronteranno sul decreto tanto voluto dall’ex ministro dell’Istruzione. L’incontro, dal titolo “Editoria scolastica – creatività e progetto. Il libro: la struttura di un’idea”, è stato organizzato dall’Associazione Nazionale Agenti Rappresentati Promotori Editoriali (ANARPE) che, insieme all’Associazione Italiana Editori (AIE) e all’Associazione Librai Italiani (ALI), fin da subito ha assunto una posizione molto critica nei confronti di Profumo. Al dibattito parteciperanno Angelo Roncoroni e Giovanni Reale (autori di libri), Giulio Gorello (direttore della collana “Scienza e idee”), Cristina Vernizzi (direttore editoriale RCS spa), Giuseppe Ferrari (direttore editoriale Zanichelli spa), Davide Guarneri (presidente AGE, Associazione Italiana Genitori), Angela Nava (presidente CGD, Coordinamento Genitori Democatici), Lucia Maurenzi ed Eva Giuliano (insegnanti). Presenterà Alessandro Carta, presidente ANARPE. Un’anticipazione sui temi che verranno trattati, intanto, ce la dà Paolo Barbero, presidente ANARPE Piemonte.   Dott. Barbero, a marzo il ministro Profumo ha firmato il decreto che prevede l’adozione di libri scolastici esclusivamente digitali o misti a partire dal 2014/2015. Ma le scuole sono pronte?  «Direi di no, e per diversi motivi. Un primo problema è infrastrutturale: molte scuole non sono dotate di banda larga in tutte le aule. Un altro riguarda la formazione dei docenti, e non parlo solo di alfabetizzazione digitale, ma soprattutto di innovazione della didattica: la rivoluzione 2.0, infatti, necessita il superamento della lezione frontale. Si tratta di innovazioni interessati, in parte già sperimentate nel mondo anglosassone, ma difficili da realizzare per decreto».  In una recente intervista a La Stampa la neo ministra Carrozza ha affermato: «La rivoluzione digitale è ineludibile, ma prima facciamo funzionare le scuole». Idee?  «Sono pienamente d’accordo con la ministra. Ritengo che prima bisogna intervenire sull’edilizia scolastica, sui disturbi di apprendimento, i cosiddetti DSA, o sull’inserimento degli stranieri con percorsi specifici.Il digitale resta comunque un aspetto importante. Ma sarebbe opportuno spingere i docenti a sperimentare didattiche innovative attraverso le tecnologie e non imporre un cambiamento radicale a chi non ha formazione nè motivazioni sufficienti».  Secondo Profumo la digitalizzazione porterebbe alle famiglie risparmi tra il 20 e il 30%. E’ davvero così?  «Diciamo che l’abbassamento dei tetti di spesa farà scendere di quella percentuale il prezzo dei libri, ma resta da capire chi metterà i soldi per l’hardware e la connessione per lo studio a casa. Il Decreto Ministeriale 221/2013 all’art. 7 dice “…si provvederà con successivo atto di natura non regolamentare a definire le modalità attraverso le quali le scuole potranno assicurare alle famiglie i contenuti digitali (….) e la disponibilità dei supporti tecnologici…”. Per ora, pertanto, è difficile pronunciarsi. Credo tuttavia che la digitalizzazione rischi di rendere ancora più marcato il divario tra studente e studente, tra chi può permettersi gli strumenti tecnologi e chi invece no. Poi c’è il discorso dell’usato. Con il cloud computing i testi di seconda mano non troverebbero più mercato: gli accessi alle piattaforme e ai cloud per la consultazione dei materiali digitali, infatti, hanno una scadenza. Così, solo chi potrà permettersi libri nuovi avrà accesso ai materiali aggiuntivi e a quelli di verifica».  Se al 30% della riduzione del tetto di spesa per l’acquisto dei libri ci aggiungiamo il 21% di Iva applicata ai testi digitali (per i cartacei è pari al 4%, ndr), ci rendiamo conto che l’editore incasserà la metà di quanto accade attualmente. Questo che cosa comporterà per l’intero settore?  «Sicuramente aggraverà la crisi che il settore già attraversa, colpendo tutte le figure della filiera. Sempre più librerie indipendenti, ormai, sono costrette a chiudere perché non riescono a sostenere i costi dell’attività.La grande distribuzione organizzata, poi, ha causato una riduzione delle vendite in libreria anche oltre il 30%. Per gli editori, invece, le minori entrate sono gravate dall’aumento vertiginoso degli investimenti nel digitale, non compensati, per ora, da un calo delle pagine a stampa. E la promozione editoriale nelle scuole rischia di non avere più energie sufficienti per presentare prodotti sempre più articolati, trasformatisi di fatto da “libri di testo” in veri e propri “progetti didattici multimediali”. Per quanto riguarda le altre figure della filiera (trasportatori, stampatori, redattori ecc…), rischia di essere una carneficina. E’ stata calcolata infatti una riduzione dell’occupazione in tre anni di circa 15% su 35.000 occupati. Senza contare che questo famoso 20-30% andrebbe a beneficio di industrie straniere produttrici di strumenti tecnologici, a danno dell’industria italiana».  Quali altre misure potrebbero essere intraprese per alleggerire il carico economico delle famiglie? Si è discusso col governo di introdurre la detraibilità dei libri scolastici?  «Ai tempi del governo Berlusconi abbiamo provato a chiedere la detraibilità dei libri di testo, ma l’allora ministro Tremonti ci rispose che non era assolutamente possibile per mancanza di fondi. Ora cercheremo di riproporre la questione, d’altronde sarebbe un segnale importante sul significato che il Paese intende dare all’investimento delle famiglie per l’istruzione dei figli».  Che feedback ha da parte di insegnati e genitori rispetto ai libri digitali?  «Come genitore posso dirle che mia figlia, maturanda quest’anno, e le sue amiche, non mostrano particolare entusiasmo verso questi “nuovi” testi. I docenti hanno invece un atteggiamento preoccupato, dovuto alle difficoltà di utilizzo degli strumenti, alla mancanza di infrastrutture adeguate e alla mancanza di esperienza didattica. Per questo ritengo che la gradualità sia la chiave del successo per una scuola 2.0».  In un comunicato congiunto la filiera del libro e della carta ha riaffermato il valore pedagogico e la centralità del libro a stampa, sottolineando i possibili effetti nocivi di un’eccessiva esposizione dei ragazzi agli strumenti elettronici. Che cosa ne pensa?  «Non ho documenti che mi informino al riguardo in modo soddisfacente, registro però una grande preoccupazione da parte di docenti e genitori. D’altronde, l’esposizione a devices tecnologici (smartphone, ebook, tablet e pc) rischia di diventare davvero eccessiva, soprattutto nei ragazzi molto giovani. Alle ore trascorse davanti a uno schermo a scuola, si sommerebbero infatti quelle dedicate allo studio individuale a casa e quelle, inevitabili, del divertimento e della comunicazione. Inoltre, è stato accertato che la riduzione delle attività manuali aumenta le difficoltà di apprendimento nei bambini».   Qual è la situazione negli altri Paesi europei?  «Secondo la classifica dei test Pisa 2009 sulla digitalizzazione nelle scuole, l’Italia si trova al ventinovesimo posto e gli USA al diciassettesimo. Al primo posto Shanghai. Seguono Corea del Sud, Finlandia, Hong Kong, Singapore, Canada, Nuova Zelanda, Giappone, Australia, Paesi Bassi. Ritengo che gli esempi da seguire siano soprattutto europei e che la distinzione non vada fatta sull’inserimento del digitale nelle aule, quanto piuttosto sulla percentuale di PIL destinata all’istruzione, con tutto quel che ne consegue in termini di strutture scolastiche, retribuzione del corpo docenti e motivazione degli stessi».

di: Enrico Caporale

da: www.lastampa.it