nativo-digitaleNativi digitali, nuovi barbari all’attacco

Barbari armati di tablet dal primo vagito contro romani avvezzi al vecchio impero. Ecco i due mondi diversi, i nativi digitali contro gli immigrati digitali, al centro dell’ultimo science café di “Dialoghi di Scienza”, rassegna di Sardegna Ricerche che sposa una formula destrutturata per un’immediata interazione (di persona e via social) tra ricercatori e pubblico. Sabato scorso, ai Sette vizi di Cagliari, il giornalista Mauro Scanu ha condotto una chiacchierata ritmata e ricca di spunti sulle odierne relazioni con i media digitali assieme a Giovanni Arata, studioso dell’impatto dei social media sulle organizzazioni e delle nuove forme di collaborazione online, e a Marco Boscolo, giornalista scientifico esperto in nuovi media (scrive tra gli altri su “Wired” e “Le Scienze”). «Ma cos’è questo tablet?», chiede alla vicina una signora mentre in sala un video mostra un poppante che cerca di usare un giornale al pari dello schermo di quello stupefacente strumento piatto. Con l’oggetto digitale – la cui tattilità apre a immagini, notizie, universi distanti – il barbaro ha già dimestichezza: abita senza timore il nuovo spazio. Benvenuti nel “quarto schermo”, allora, quello dei tablet e degli smartphone. Mentre stupore e risata si prendono a braccetto imbattendosi nella visione del reale in dono al nativo digitale, le imprese macinano un quantitativo di app (applicazioni per i dispositivi mobili) mai visto in passato. Quali conseguenze per i bimbi davanti a questo tipo di interazione? Non si sa, sebbene il fenomeno testimoni che l’uso sia normale per il barbaro. «Si pongono domande a noi romani genitori/insegnanti in quanto salta il modello didattico preesistente», nota Arata che suggerisce di accettare «la sfida dei barbari» e dei loro contributi. «A ogni rivoluzione della società ci si polarizza tra apocalittici e integrati», ricorda Boscolo, citando Eco, prima di bacchettare i giornalisti (e altri): «Il dibattito pubblico fa scrivere centinaia di articoli. Ma se su un quotidiano nazionale un collega confonde Google con l’Internet provider, cioè il servizio con la piattaforma tecnologica che consente il servizio, significa che il problema esiste non solo per i genitori spaventati dai figli ma anche per la classe intellettuale del nostro Paese, in difficoltà con la comprensione del fenomeno». Paura ed entusiasmo a volte prevalgono sulla razionalità intanto che gli adolescenti emigrano su piattaforme social dove i grandi non sono ancora arrivati. I giovani perdono il senso della privacy e i genitore ignorano come tutelare i figli. E ai «tardoni digitali» tocca pure inseguire sentendo il pesante gap da immigrato digitale, un’osservazione dei presenti. Per la presidente di Sardegna Ricerche, Maria Paola Corona, vanno apprezzate le potenzialità dei mezzi, ormai utili appigli nei casi di disabilità: «Abbiamo la responsabilità di costruire un modo di fare digitale che sia il più positivo possibile». Vantaggi e rischi, quindi. Compresi diffamazione sui social e diritto all’oblio contro un nostro sé sempre identificato online. E piaccia o no, il “Time” nell’ultimo numero sbatte in copertina i tempi della “Me generation”. Meglio non far finta di nulla.

di: Manuela [email protected]

da: www.unionesarda.it