cropped-793db5f3-ade0-4ea9-b0b1-cf399d61c03a_g-1-1Ho frequentato il liceo classico, ho studiato Lettere classiche alla Scuola Normale di Pisa, e per una prima breve parte della mia carriera accademica e scientifica sono anche stato un classicista, per poi passare alle letterature comparate. Tutta questa reboante campagna in difesa del liceo classico però non mi convince: vi ritrovo i difetti peggiori della nostra cultura, la retorica dell’eccellenza italiana, l’esaltazione acritica di tutto ciò che è antico e originario come automaticamente superiore, il rifiuto caparbio di ogni cambiamento. Finora non sono intervenuto, mi sono limitato solo a declinare l’invito a sottoscrivere un appello un po’ bizzarro perché il liceo classico fosse riconosciuto bene immateriale dell’umanità. Ma dopo aver letto l’intervento insopportabilmente enfatico di Nicola Gardini sul Supplemento domenicale del Sole 24 Ore mi sento in dovere di dire qualcosa.

Gardini scrive che chi esce dal liceo classico «sa parlare, sa scrivere, sa pensare, ma soprattutto sa interpretare, mettere in rapporto, relativizzare, confrontare, distinguere, riconoscere il duraturo e l’effimero, dare un nome a fatti diversi, capire la libertà, la bellezza, la varietà e la concordia». Caspita!! Se veramente fosse così, dovremmo chiedere al governo di renderlo obbligatorio per tutti, e allora potremmo vivere nel migliore dei mondi possibili. Queste osservazioni sono un po’ offensive verso chi non ha fatto il classico (e fra di loro conosco ottimi intellettuali e studiosi), e soprattutto molto sganciate dalla realtà (nella mia esperienza didattica all’Università non ho mai trovato grandi differenze fra gli studenti provenienti dal classico e quelli provenienti dallo scientifico, ad esempio). Sono d’accordo che la traduzione sia un esercizio mentale di straordinario valore formativo, che educa alla ricerca scientifica, come sostiene il fisico Guido Tonelli nello stesso numero del Domenicale; ma questo vale per ogni traduzione da lingue complesse; varrebbe anche per il tedesco, l’arabo, il cinese.

Certo, da noi si è deciso di far studiare il greco e il latino perché sarebbero le nostre radici, e non propongo certo di smantellare tutto ciò: penso però che vada ripensato radicalmente, senza esaltazioni acritiche. Ricorderei innanzitutto che un latinista e antropologo di grande intelligenza come Maurizio Bettini ci ha mostrato, in Contro le radici, quanto questo concetto sia pericoloso (e basta guardarsi un po’ intorno…), così come ha fatto capire in alcuni articoli suRepubblica quanto la versione della maturità sia una prova priva di senso, perché propone brani sganciati dal contesto culturale che li ha prodotti. Un liceo in cui si passa molto tempo a studiare la grammatica, gli aoristi e le perifrastiche, senza capire molto della cultura che vi è dietro, non esalta la memoria del classico, la uccide. I licei italiani, non solo il classico, sono frutto di una cultura terribilmente logocentrica: per statuto si passano mesi su Foscolo, pochi minuti su Caravaggio, e nulla su Mozart o Verdi, su Orson Welles o su Rossellini (eppure la pittura, il melodramma e il cinema sono i tre campi per cui la cultura italiana è più famosa all’estero). Nel nostro mondo intermediale tutto questo ha poco senso. E in effetti le cose sono già cambiate: sono stato invitato spesso in vari licei classici d’Italia a parlare dei rapporti fra la tragedia greca e il cinema, e ho constatato di persona come tanti insegnanti bravissimi pratichino già un diverso modello di liceo classico, in cui si mostra agli studenti come i miti antichi si siano irradiati in tutte le arti e in tutte le epoche. Gardini ha una scarsissima esperienza degli studenti italiani: non sa che anche quelli che vengono dal classico oggi capiscono pochissimo il greco e il latino, e praticamente iniziano da zero se scelgono lettere classiche (come è sempre successo in America, che ha prodotto comunque bravissimi classicisti).

Le proposte di legge non fanno che prendere atto di una situazione che già esiste e che non è detto sia così negativa. Tradurre Shakespeare è formativo quanto tradurre Virgilio: secondo me è giusto far esercitare le capacità linguistiche e traduttive sulle lingue moderne, soprattutto sull’inglese, una lingua che oggi non si può non conoscere (purtroppo su questo gli studenti italiani sono molto indietro rispetto ai loro colleghi europei), e su un’altra lingua europea a scelta (magari non per forza europea: se avessi un figlio gli suggerirei di studiare il cinese…). A questo si può affiancare uno studio della cultura antica (in traduzione, perché no? Non leggiamo forse così Dostoevskij, che non è secondo a nessuno?), mostrando come si sia propagata nell’arte, nella musica, nel cinema, nei videogames, nei teatri di tutto il mondo. Questo è per me un modello di liceo classico che potrebbe avere successo. Forse è meglio essere meno apocalittici e meno vittimisti: e cercare di capire invece come tutto il sapere umanistico (non solo quello classico) possa dialogare con un mondo contemporaneo sempre più polimorfico.

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di: Massimo Fusillo

da: www.leparoleelecose.it

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