limL’introduzione di nuove tecnologie potrebbe generare un cortocircuito tra la tradizionale e la nuova (in verità, ancora in divenire) concezione della didattica.

Dopo aver analizzato in linea generale la riforma della scuola che partirà il prossimo anno, con l’adozione da parte delle scuole di alcuni strumenti già oggi abbondantemente utilizzati tra le mura domestiche, come Tablet e Notebook, con questo articolo vorremmo analizzare più approfonditamente i mezzi e gli strumenti messi  a disposizione dalle aziende produttrici. Per far ciò ci siamo avvalsi della collaborazione di Dell e Samsung, siamo andati a consultare il materiale messo a disposizione da diversi enti, tra cuiIndire, acronimo di “Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa”, e a leggere vari articoli e studi sulla didattica.

LIM, acronimo di Limitata Immaginazione e Manualità?

Prima di partire in questa dissertazione sarà comunque bene fare un riassunto dei possibili, e probabili,  aspetti negativi che potrebbe portare con sé questa riforma. A mio parere, solo dopo averne trovato i difetti, sarà possibile capire effettivamente se quello che il Ministero si propone potrà essere utile alla vita degli studenti e degli insegnanti.

L’introduzione di nuove tecnologie potrebbe generare un cortocircuito tra la tradizionale e la nuova (in verità, ancora in divenire) concezione della didattica. Come abbiamo avuto modo di scrivere nel primo articolo riguardo la digitalizzazione della scuola italiana, l’attuale corpo decente probabilmente non sarà in grado di cogliere le differenze essenziali di questo passaggio per vari motivi, e li andiamo a ripetere per rinfrescarci la memoria: elevata età media degli insegnanti, mancata introduzione di personale giovane e mentalmente elastico all’interno del corpo docente, debole supporto (tramite corsi di aggiornamento o manuali) agli insegnanti da parte del Ministero dell’Istruzione e, in ultimo, una perenne mancanza di fondi (e quindi presenza di infrastrutture anacronistiche).

Queste mancanze saranno il muro principale che impedirà un proficuo utilizzo, da parte di insegnanti, dei mezzi informatici che verranno messi loro a disposizione. Tablet, LIM e Notebook non possono essere utilizzati solamente per realizzare qualche testo o powerpoint, o per leggere un libro di testo in pdf. Per far questo sono più che sufficienti gli strumenti attualmente a disposizione. Aggiungere alle attuali aule informatiche altri oggetti, come Tablet o LIM, renderà solamente più difficile e improbo il compito degli insegnanti, incapaci di coglierne le possibilità di utilizzo nella loro completezza, anche nel caso abbiano delle buone conoscenza didattiche e pedagogiche, come è spiegato in questo studio pubblicato dall’European Schoolnet, ed intitolato “Developing Practical Guidelines for 1:1 Computing Initiatives”. Uno dei suggerimenti dati ai dirigenti scolastici è il seguente: “Make sure that the teachers are familiar with the student devices. The teacher needs to know what is possible on the student’s device”. Ma come può un insegnante prossimo alla pensione conoscere le potenzialità di un Tablet? In questo articolo pubblicato su Agenda Digitale è descritto come dovrebbe essere utilizzato il Tablet nella scuola italiana. Pura utopia. “Tablet e i nuovi strumenti tecnologici sono dei bellissimi gadget, ma sono investimenti inutili se non vengono inseriti in un processo formativo completamente rivisitato 

[…] In questo quadro, il ruolo del professore è quello naturalmente di spiegare il contenuto della lezione, ma anche quello di gestire la ricerca delle informazioni e lo scambio di opinioni tra i ragazzi della propria classe e quelli delle classi che collaborano alla costruzione del tema specifico” scrive Cristiano Radaelli. Non era già possibile fare tutto ciò anche prima? Perché non fare lo stesso, ad esempio, attraverso la lettura in classe di uno o più quotidiani? Sono pochi i professori che lo fanno oggi in modo analogico, perché dovrebbero essere di più quelli che lo faranno in futuro in modo digitale? La veridicità ed autenticità delle fonti Online, inoltre, ha sollevato molti dubbi tra gli esperti, e studi sull’argomento sono stati compiuti anche in Italia.
“Altro punto nodale non meno importante riguarda l’imparare a gestire l’enorme flusso di informazioni che arriva dalla rete. Durante un seminario promosso dalla Fondazione Pubblicità Progresso all’Università Cattolica di Milano lo scorso gennaio, è stato affrontato proprio il tema dei rischi dell’information overload per i nostri studenti” scrive ancora Radaelli. Non fu lo stesso per la televisione? Umberto Eco ha combattuto varie battaglie mediatiche a favore della televisione, proponendo i medesimi temi, anche attraverso il saggio “Apocalittici e integrati” (1964). Si è effettivamente fatto qualcosa a riguardo nella scuola in questi 50 anni, oltre a proporre qualche film durante l’ora di religione? No, i ragazzi sono rimasti in balia del tubo catodico. Né genitori, né insegnanti hanno dato loro effettivamente gli strumenti per leggere questo media. Non citiamo poi il fatto che discutere di temi contemporanei (fascismo, brigatismo, mafia, stragismo, ecc) sia un terreno minato per l’insegnante, in quanto sono argomenti ancora fortemente caratterizzanti la nostra vita politica. L’insegnante come potrebbe gestire l’information overload, se non può discutere liberamente anche di quei temi?

Gli studenti, a tal proposito, sono maggiormente consci rispetto agli insegnanti e ai così detti esperti chiamati in causa della molteplicità di funzioni che sono in grado di erogare questi strumenti, ma manca loro la conoscenza critica per mettere in pratica questo vantaggio. Nello studio “Novices, Gamers, and Scholars: Exploring the Challenges of Teaching About Games”, scritto da Zagal Bruckman, si fa riferimento proprio a questa problematica, seppure nel campo dei videogiochi. Gli studenti, e gli adolescenti in generale, sono più bravi nei videogame rispetto agli insegnanti e agli adulti, ma non riescono a spiegare come fanno ad essere tanto bravi e, cosa ancora più grave, non riescono ad esternare le proprie emozioni nei confronti dei videogame preferiti, tanto da poter rientrare, almeno parzialmente, nella categoria degli alessitimici: “While students often have a very good feel for gameplay aspects, they can have difficulties articulating what these aspects are and how they interact with each other to produce a game experience. Edward describes “they’re very savvy about picking up a controller and figuring out how to play a game pretty much instantaneously. They get the general, ‘Oh, here’s how you interact with this game’, and they can do that immediately. Sometimes it’s magical watching them do it. So, that learning curve has already been attained just by their history playing games. That unbelievable familiarity makes them experts, but what’s interesting is when you ask them to talk about games. They kind of devolve into likes and dislikes. So, they’ll say things like, ‘I played this game and I liked it because…’ or ‘I really enjoyed the…’. Understanding what they’re trying to say gets really muddy because there is no sense of exactly what they’re saying outside of that they like it, or don’t like it”.

Tale problema non nasce oggi con l’utilizzo degli strumenti informatici, ma è particolarmente presente in quei soggetti che hanno carenze culturali e/o di istruzione (non sempre causate dai videogiochi o da un utilizzo eccessivo del computer o della televisione). Sempre nel medesimo articolo Bruckmam conclude affermando che bisogna dare ai giovani gli strumenti per comprendere il più profondamente possibile lo “strumento videogioco” (o televisione, o radio, ecc), in quanto non è solo un divertimento ma, come tutti i media, un contenitore di idee, come lo può essere un libro o un film: “We need to focus our efforts on helping students get more from their experiences with games and help them better leverage what they know to establish a deeper understanding”. Questo potrà avvenire solamente se gli studenti avranno quali insegnanti e professori dei soggetti in grado di capire completamente le proprie esigenze, quindi difficilmente potrà accadere attraverso la riconversione di un intero anziano corpo docente dall’analogico al digitale. Servirebbe un’iniezione d notevoli quantità di giovani insegnanti capaci di sfruttare tali tecnologie, ma soprattutto vicini al mondo in cui operano gli studenti stessi. Quet’ultimo punto è fondamentale: questi insegnanti non devono essere solamente giovani ma anche, e soprattutto, consapevoli di quanto stanno utilizzando e facendo.

Un Tablet o una LIM possono essere utilizzati in maniera più o meno costruttiva. Possono essere visti, ugualmente, come strumenti di svago o come strumenti in grado di potenziare le proprie capacità di studio, al pari dell’ormai immancabile calcolatrice, ed in entrambi i casi le note negative non mancano. Proprio la calcolatrice, prendendola quale esempio principe, ha impigrito la mente di moltissimi studenti, ora diventati adulti. Non è raro, anzi è molto frequente, che questi la utilizzino per fare anche dei calcoli semplicissimi, con tutto quello che ne consegue. In questo studio compiuto da Christina L. Sheets (Department of Mathematics, University of Nebraska-Lincoln, 2007) le conclusioni sono addirittura pessimistiche, poiché molti studenti rinunciano, se non hanno a disposizione la calcolatrice, anche solo a provare a risolvere i problemi messi loro di fronte: “I share the fear of one of the teachers involved with the study conducted by Graham and Thomas; my students have become dependent on the technology and fear failure without it“.

Tablet ed altri strumenti informatici possono risultare addirittura più dannosi se male utilizzati rispetto alla calcolatrice. Pensiamo all’utilizzo del vocabolario cartaceo. Per andare a cercare una parola bisogna conoscere necessariamente l’alfabeto se non si vuole proseguire a tentoni. Utilizzando i vocabolari online basta scrivere la parola, senza doversi applicare mentalmente. E i correttori automatici? Se si sbaglia a scrivere una parola ecco che intervengono i correttori per rimettere tutto a posto: apostrofi, tempi verbali, doppie consonanti e molto altro.

Questi strumenti possono risultare utili in certi frangenti, ma nell’utilizzo scolastico lo sono davvero? Sui social network, soprattutto Facebook, è la normalità vedere scritti dei messaggi in cui il verbo avere, il verbo essere e le congiunzioni si scambiano in continuazione la lettera acca (“O mangiato la torta”. Oppure “Mi sta meglio il primo ho il secondo vestito?”). Personalmente non mi considero eccessivamente vecchio (ho 30 anni) ma ho constatato che molti strumenti didattici che venivano utilizzati ai miei tempi sono stati abbandonati, come le filastrocche: “Ato, ito, uto, all’acca danno il benvenuto. Are, ere, ire l’acca fan fuggire”.

La perdita di questi strumenti didattici da parte del corpo decente non avviene solamente perché vi è un effettivo decadimento nella qualità della formazione degli insegnanti, ma anche perché questi ultimi non vogliono che vengano considerati antiquati dai loro stessi studenti. Non vogliono essere derisi a causa del loro metodo didattico visto come antidiluviano. Su questa strada vengono spinti dagli stessi dirigenti scolastici.

E’ ormai consuetudine che insegnanti e professori si iscrivano ai social network così da poter diventare “amici” dei propri alunni. In questo caso sono gli insegnanti a seguire gli alunni. Un problema molto sentito in Inghilterra, e lo possiamo leggere in questo articolo del The Guardian. Rabbi Avi Schwartz, insegnante in Special Education nello Stato di New York, ha affermato: “There needs to be a certain distance between teachers and students in order to maintain respect. A teacher needs to be a role model, mentor, and advice giver – not a friend”. I “vecchi” o, detto in maniera politicamente corretta, questi anziani insegnanti cercano di mantenersi giovani copiando i giovani, anche nei rapporti interpersonali.

D’altra parte uno studio intitolato “The State Of Consumers And Technology: Benchmark 2011, US“, compiuto da Gina Sverdlov, ricercatrice per la Forrester Research, dimostra come questo voler rincorrere la “gioventù digitale” sia del tutto inutile: la generazione tra i 22 e i 32 anni è già vecchia, digitalmente parlando (tempo passato su internet, quantità di video caricati su youtube, tempo speso con i videogiochi, ecc), se la confrontiamo con quella tra i 18 e i 22 anni. Questa senilità digitale anticipata, e non accettata, sta portando a diversi effetti, soprattutto dal punto di vista dei costumi.

Oggi si sta vivendo una riproposizione, fortunatamente senza la componente cruenta, di quanto accadde durante il romanticismo tedesco con la febbre di Werther, mania che colpì buona parte dei giovani tedeschi. Questi non solo cominciarono a vestirsi come il protagonista del romanzo di Goethe, I dolori del giovane Werther, ma addirittura trovarono nel suicidio una morte onorevole. Gli adulti cercano invece di comportarsi come i giovani nell’utilizzo degli strumenti informatici, ma non solo. Anche la recente mania di vestirsi in stile “Nerd/Hipster” è dovuta proprio a questo.

Si può così concludere che il Ministero dell’Istruzione e gli insegnanti, se la strada intrapresa non cambierà, continueranno semplicemente a riproporre a scuola quanto già i ragazzi sanno fare a casa. Gli alunni saranno chiamati ad una mera opera di ripetizione, addirittura spogliata dei vecchi, efficaci, metodi didattici. Citando un altro articolo del The Guardian, l’utilizzo scolastico degli strumenti informatici è visto spesso come un modo per abituare gli studenti all’utilizzo di un certo tipo di prodotto, favorendo alcune compagnie (“The decision to introduce computer studies at the school came about because teachers were concerned that the ICT curriculum – centred around “Office-based” applications such as Word, PowerPoint and Excel – was not preparing young people for the jobs and careers they might go on to in the future – The emphasis was on students as consumers rather than designers and developers”), e questo modus operandi impedisce proprio agli studenti di comprendere come dovrebbero essere utilizzati in maniera produttiva e creativa (“For too many pupils, computer teaching can be little more than a glorified typing course”). L’ECDL è un esempio calzante: attesta che sai dov’è un determinato pulsante in Word, ma non che tu sappia realmente utilizzare Word.

Dopo questa breve introduzione cerchiamo finalmente di capire come la recente riforma scolastica italiana sia vista da Dell e Samsung, due tra i più importanti fornitori mondiali di strumenti informatici didattici, ma soprattutto come queste due case pensano che l’utilizzo degli strumenti informatici possa migliorare una situazione non proprio rosea. Prima, però, una domanda: perché Dell, Samsung e le altre case hanno tanto a cuore la scuola?

 

L’apertura della scuola alla digitalizzazione se per la maggior parte delle persone è vista, del tutto in buona fede, come un’opportunità per gli studenti, per buona parte delle aziende e degli esperti che vi prende parte è vista soprattutto come un’opportunità per far soldi abbastanza facilmente. Si parla di centinaia di migliaia di possibili utenti.

E’ un mercato vergine, dove non vi è un vero e proprio leader, quindi tutte le aziende vi prendono parte con eguali possibilità di imporvisi. Vi è un libro, sfortunatamente non pubblicato in Italia, che spiega molto bene questo tipo di situazione. In Marketing Warfare (1986), di Ries Trout e Al Ries, a tal proposito si parla di un Flanking Attack, o di attacco sul fianco. Attaccare il leader di un mercato, in questo caso mobile consumer (Apple), in un settore che ancora non lo vede realmente leader, quello scolastico (Mobile scolastico): “Traditional marketing theory might call this approach segmentation, the search for segments or niches. This is an important qualification. To launch a true flanking attack, you must be the first to occupy the segment. Otherwise, it’s just an offensive attack against a defend position”.

Dell e Samung, le due aziende che hanno gentilmente collaborato fornendomi una consulenza diretta per la realizzazione di questo articolo, si muovono proprio in questa direzione, dal mio punto di vista. Questo non significa, comunque, che cerchino di vendere prodotti scadenti o non adatti all’ambito educativo. Anzi, come andremo ad osservare, sono prodotti decisamente ben fatti e che possono risultare molto utili all’insegnamento, qualora siano utilizzati in maniera corretta. Il problema però, come già affermato, è che il Ministero dell’Istruzione ha idee abbastanza vaghe e nebulose sull’utilizzo di questi strumenti, mentre Apple, Samsung e Dell, oltre ad Hitachi e alle altre case attive in tale ambito, possiedono ottimi reparti di Marketing per convincere Insegnanti e professori che quello che offrono è il non plus ultra sul mercato, ed è proprio quello di cui hanno bisogno. Un mix esplosivo che potrebbe generare un abominio dal punto di vista pedagogico.

Per constatare questa visione, da parte delle aziende sopra citate, basta andare a consultare i rispettivi siti internet. Dell è attiva nel settore educativo da diversi anni, soprattutto negli USA, e lo fa in un modo quanto mai pragmatico, direi quasi “aziendale”. La filosofia statunitense è quella famosa del “Self made man”. Come si legge nella home della sezione Education del sito statunitense di Dell, si va perfettamente in questa direzione: “To prepare students for career readiness in a rapidly changing world, colleges and universities are shifting toward more personalized and collaborative learning environments. Institutions are providing students access to learning anywhere, anytime, on almost any device. Administrators and instructors are applying data-driven analytics to track student progress in real time and to improve student outcomes. IT staff are simplifying IT infrastructure in support of these learning initiatives”.

Gli strumenti informatici servono per preparare gli studenti alla carriera (prepare students for career) e per monitorarli costantemente (Administrators and instructors are applying data-driven analytics to track student progress in real time). Non si legge nulla riguardo la condivisione di idee, lo stare insieme o lo sfruttamento di attività multiculturali. Lo studente prima di tutto deve essere produttivo.

Se invece consultiamo il sito in lingua italiana il focus si sposta sulla multiculturalità, in pieno stile umanistico-europeo: “Gli alunni di oggi sono la “generazione di internet”. Per prepararli a lavorare in un mondo digitale e più connesso, dobbiamo collaborare per trasformare i processi di apprendimento. Abbiamo lavorato con educatori di tutto il mondo per creare un ecosistema che connetta tra loro alunni, insegnanti, genitori, amministratori e comunità e consenta loro di accedere alle risorse di cui hanno bisogno”.

Samsung si muove sulla stessa falsariga. Sul sito statunitense si legge: “The Samsung Smart School Solution is built around three central systems to assist teachers: Interactive Management, Learning Management and Student Information. These three components create a more integrated, engaging digital learning environment that’s easy to manage and frees up teachers to do what they do best: teach”. Il ripetersi della radice “menage” richiama esplicitamente alla carriera di Manager, e quindi ad un lavoro profittevole per lo studente una volta uscito dalla scuola. Sul sito italiano ritroviamo le tematiche umanistiche: “Samsung realizza un ambiente di formazione intelligente che permetta l’interazione tra studenti, insegnanti e genitori tramite una vasta gamma di soluzioni di insegnamento, studiate per aumentare la partecipazione e incoraggiare l’apprendimento in modo divertente”.

I prodotti sono i medesimi, così come i metodi di insegnamento consigliati dagli handbook scaricabili dai siti delle due case. Cambia però la presentazione, affinché il prodotto sia maggiormente vendibile nel mercato di riferimento.

La cosa divertente è che tutto questo si compie attraverso quelle materie tanto bistrattate dall’insegnamento contemporaneo: le troppo bistrattate materie umanistiche. Il marketing è la summa di tali materie. Cercare di convincere il compratore ad acquistare un prodotto, elogiando i pregi e nascondendo i difetti? Dialettica. Enfatizzare le caratteristiche visive? Filosofia Estetica. Capire dove ci si può spingere con il messaggio? Filosofia Morale. Un messaggio chiaro e accattivante? Letteratura. Cosa si è sbagliato nelle precedenti campagne di marketing? Storia.

Non ce ne accorgiamo, perché questi concetti sono ormai fossilizzati nella nostra cultura da centinaia di anni, ma l’essere più o meno influenzabili dal marketing, o dalle mode, è merito anche di un’educazione più umanista. Oggi si parla dei giovani come di “nativi digitali”. La cultura europea è, da circa duemila anni, “nativa umanistica”. Per questo in Europa, ma soprattutto in Italia, dovremmo trovare un modo alternativo di utilizzare in ambito didattico gli strumenti digitali che abbiamo a disposizione, senza voler seguire le strade statunitensi o scandinave.La Germania, da circa 150 anni, non ha modificato eccessivamente i cardini del proprio sistema educativo, e questo si nota nel successo che continua ad avere il sistema Vocazionale, studiato approfonditamente negli Stati Uniti. La stessa Italia, con Gentile e Croce, è riuscita a riformarsi in maniera decisamente proficua negli anni ’20, ed ancora oggi godiamo di quelle riforme anche in ambito scientifico. L’Italia sforna i fisici teorici migliori al mondo.

Prima di capire perché dovremmo crearci una nostra strada per la Didattica Digitale, nelle conclusioni, vediamo finalmente cosa hanno da offrire Dell e Samsung.

 

Per aiutarmi nel muovermi all’interno dei cataloghi dedicati al mondo educativo, e per chiarirmi come le due aziende vogliono agire nel contesto che stiamo analizzando, Dell e Samsung mi hanno gentilmente messo in contatto con, rispettivamente, Chiara Pesatori (EMEA Education Program Manager) ed Ernesto D’Alessandro (Technical Program Supervisor – Products & Solutions Division).

Nel parlare con Chiara ed Ernesto inevitabilmente ho chiesto cosa ne pensassero del sistema educativo italiano, così da farmi un’idea delle basi su cui si fondano i programmi di Dell e Samsung. E’ evidente che ogni azienda commerciale che si rispetti studi prima di tutto il campo in cui andrà ad operare, così da poter offrire un ventaglio di soluzioni adatte al cliente.

Su una cosa Chiara e Ernesto sono concordi, e lo abbiamo scritto più volte anche noi sulle pagine di B&C: nella scuola pubblica italiana vi è una cronica mancanza di fondi. La volontà da parte degli insegnanti non manca, ma le limitate risorse frustrano quasi ogni possibilità di innovazione.

Per questo motivo entrambe le case hanno creato dei progetti organici in grado di aiutare il corpo docente in questa grande rivoluzione, la digitalizzazione della scuola. Dell ha messo in piedi il “Dell Connected Learning”, Samsung la “Smart School Samsung”. Entrambe queste soluzioni educative mirano a favorire una omogeneità di strumenti di insegnamento, così che gli Insegnanti possano concentrarsi maggiormente sulla didattica, più che sulla gestione degli strumenti hardware e software a disposizione.

Proprio per massimizzare questa caratteristica, sia Dell sia Samsung offrono dei corsi per migliorare le skill degli insegnanti, così da prepararli al meglio almeno all’utilizzo base degli strumenti che andranno ad utilizzare, puntando su modalità didattiche accattivanti e di facile presa. Samsung, ad esempio, pubblicizza la funzione di condivisione dello schermo: l’insegnante cammina tra i banchi con il proprio tablet e gli studenti osservano sul proprio tablet, o sulla LIM, cosa l’insegnante sta facendo con il suo terminale. Questi ultimi potranno poi salvare quello che l’insegnante ha fatto, ed in seguito modificarlo.

Se da un punto di vista prettamente tecnico ed emozionale è una novità sconvolgente, per gli insegnanti, dal punto di vista pratico non aggiunge effettivamente nulla di nuovo. Quando andavo al Liceo il Professore camminava tra i banchi con il libro aperto in mano, ci informava della pagina che stava consultando e spiegava la lezione. Qualora ci fosse stato qualcosa di particolare di cui farci partecipi lo scriveva sulla lavagna, e chi avesse voluto poteva copiarlo. Completando il quadro con un secondo esempio, all’Università mi è capitato di vedere studenti prendere appunti con i tablet. Dopo pochi minuti, ormai in affanno, li ho visti tirare fuori dall’astuccio carta e matita: il tablet, per molte attività, non è ancora lo strumento più adatto (anche se dotato di penna Wacom).

Indire, a tal proposito, ha creato diversi video informativi, ma uno in particolare è quello che voglio mostrarvi, in quanto contiene la summa di quanto il Ministero dell’Istruzione pensa sull’utilizzo dei terminali mobile in ambito didattico. Come è possibile osservare non v’è nulla di particolarmente innovativo in quanto viene mostrato. Questa didattica potrebbe essere maggiormente assimilabile ad un intrattenimento per lo studente, un modo per coinvolgerlo alla lezione qualora le capacità comunicative dell’insegnante non fossero all’altezza del compito.  Esemplificando con un’analogia, un bastone può essere utilizzato in vari modi. O per prendere un qualcosa in alto che altrimenti non si potrebbe raggiungere, o per sorreggersi nel caso le proprie gambe non fossero abbastanza forti per camminare. Ecco, la tecnologia nella scuola, a mio parere, viene vista come un bastone per non far cadere i professori.

Le piattaforme di Dell e Samsung, comunque, possono offrire altri vantaggi, meno emotivi e più razionali. Un prodotto di Dell che trovo molto interessante è il Mobile Computing Station, un “carrello” che permette di ricaricare e trasportare fino a 30 Tablet/Notebook, e che può essere trasportato all’interno della struttura scolastica. In poche parole, un’aula informatica su ruote. Una soluzione del genere potrebbe effettivamente far risparmiare tempo e denaro. Primo perché la classe non ha bisogno di spostarsi da un’aula ad un’altra (e Dio solo sa quanto tempo si è sprecato così al Liceo), secondo perché con l’attuale accorpamento di Istituti trovare lo spazio per un’aula dedicata è sempre più difficile.

Tornando a Samsung, una funzione del software in dotazione ai propri tablet che potrebbe risultare interessante, se ben utilizzata, è quella relativa alle domande e risposte in tempo reale: “La funzione Domande e risposte in tempo reale, integrata in Samsung Smart School, aiuta gli studenti in maniera semplice e diretta. I tuoi studenti possono scrivere una domanda sul loro dispositivo che poi apparirà sugli schermi dei loro compagni e anche sulla lavagna elettronica. Gli insegnanti possono rispondere alla domanda in un momento appropriato della lezione, in forma orale o scritta”.  Questa funzione si pone ad un livello completamente diverso rispetto alla tradizionale alzata di mano durante la lezione o alla conclusione della stessa, in quanto mette a dura prova la concentrazione e la capacità dialettica dell’insegnante. Infatti, nel caso fosse utilizzata tradizionalmente, per rispondere in un secondo momento alle domande dell’alunno, non porterebbe nessuna reale novità, come invece ci vuol far credere il testo preso dal sito Samsung. Sarebbe invece ottima se utilizzata per “instradare” il discorso della lezione verso i veri interessi degli alunni. Alcuni insegnanti sanno quando la propria lezione è vista come interessante o, al contrario, mortalmente noiosa dai propri ragazzi, hanno una specie di sesto senso che permette loro di tenere alta l’attenzione dell’uditorio, ma sfortunatamente tali insegnanti sono rari. Questa funzione permetterebbe anche a chi non è eccessivamente empatico di realizzare una lezione maggiormente attinente agli interessi dei propri alunni. E’ una differenza molto sottile, quella che ho esposto, e che può capire solo chi è stato od è un insegnante.

Entrambe le case, come ultimo esempio, pongono particolare premura nel pubblicizzare le proprie soluzioni cloud per la condivisione di esperienze e materiali così da invogliare non solo gli studenti di una sola scuola, ma gli studenti e gli insegnanti di più istituti a collaborare. Effettivamente queste piattaforme potrebbero essere non solo utilizzate per un semplice scambio di opinioni o materiali, ma anche per la creazione di strutture che poi si verranno a ritrovare all’esterno, magari in ambito lavorativo. Ad esempio la creazione di un Quotidiano scolastico tra più istituti di una stessa provincia. Divertendosi, gli studenti entrerebbero in contatto con una realtà molto vicina a quella lavorativa: difficoltà logistiche e temporali, coordinazione di più persone, utilizzo degli strumenti informatici per creare il layout delle pagine, impaginazione e controllo dei testi realizzati, ecc. Si potrebbe effettivamente ricreare la “copia” di una redazione giornalistica completamente online (Progetti simili, in Romagna, sono stati portati avanti con la collaborazione dei quotidiani locali, ma sempre per un periodo molto limitato di tempo, sfortunatamente).

Oltre a queste interessanti proposte, sia Dell sia Samsung sono molto attive nel creare ed elaborare situazioni di confronto, così da migliorare il mondo scolastico italiano. La prima ha pubblicato uninteressante vademecum sull’utilizzo delle stampanti nelle scuole, così da minimizzare gli sprechi, sia tra il personale scolastico sia tra gli studenti. Il rispetto dell’ambiente in cui si vive, e il diventare un buon cittadino, si impara oltre che in famiglia anche e soprattutto a scuola. Il documento fa principalmente riferimento ad un risparmio monetario, ma il risparmio si compie soprattutto quando ci si comporta civilmente.

La seconda, Samsung, in collaborazione con Yes We Tech, ha avviato un progetto pilota per la Samsung School presso l’Istituto Comprensivo Statale “Padre Pino Puglisi” di Palermo. Simboliche le parole del Vicepreside Domenico Buccheri: “In questo momento di crisi per il nostro Paese, dove le istituzioni preposte non riescono più a dare risposte concrete alle necessità della Scuola, si sottolinea l’importanza significativa del contributo di Samsung Electronics Italia che concede ai ragazzi di Brancaccio, attraverso questo progetto, un’ulteriore possibilità di riscatto sociale e culturale”. Speriamo davvero che questa opportunità sia vista dai ragazzi e dagli insegnanti del Puglisi come una reale opportunità di crescita, e che si impegnino a fondo nello sfruttare appieno quando Samsung offre loro, magari innovando la didattica tradizionale per un utilizzo migliore degli strumenti digitali.

Come si è visto Dell e Samsung (ma anche le altre aziende attive in ambito educativo) cercano di vendere i propri prodotti facendo leva sul marketing, ma di questo non possiamo fargliene una colpa. I prodotti che offrono sono ottimi e possono concedere delle potenzialità infinite ad insegnanti e studenti, come abbiamo fatto notare. Non ho parlato dei singoli terminali, dei Latitude 3330 di Dell o dei Galaxy Tab di Samsung, la qualità di questi è indiscutibile, quindi mi sono concentrato su altro, anche se ho preso ad esempio solo alcuni prodotti. Lo spazio è tiranno, e quanto offrono Dell e Samsung è davvero molto. Servirebbe un intero libro per poter descrivere più approfonditamente le possibilità di utilizzo di questi terminali e delle funzioni a questi legate, ma il mio articolo vuole solamente essere un volano per far crescere in chi lo legge la voglia di interessarsi all’argomento o, comunque, per far comprendere come l’insegnamento non sia un mestiere facile. Anzi, è molto complicato, oggi come oggi, e se questa digitalizzazione dovesse prendere una strada errata le conseguenze potrebbero essere decisamente disastrose.

Chiara Pesatori (EMEA Education Program Manager in Dell) ha trovato un po’ di tempo, oltre che per la lunga intervista telefonica con il sottoscritto, anche per rispondere personalmente a qualche domanda, nonostante sia oberata di impegni. Di questo la ringrazio sinceramente, e spero che anche i nostri lettori apprezzeranno.

Ciao Chiara, grazie per aver accettato il nostro invito a questa tavola rotonda sulla digitalizzazione della scuola italiana. Prima di cominciare con le domande sull’argomento, potresti presentarti ai nostri lettori?

Lavoro in Dell da più di 15 anni in ruoli marketing e da circa tre anni sono Marketing Manager Emea per il mercato Education di Dell

Potresti parlarci delle proposte offerte da Dell, in ambito educativo, che potrebbero interessare la Scuola Pubblica italiana?

Parliamo un momento della nostra strategia che chiamiamo Dell Connected Learning:
è una strategia che mira ad aiutare le scuole a trasformare l’istruzione per l’era digitale rispondendo alle esigenze dell’intero sistema scolastico, dalle aule ai data center per arrivare fino a dove gli studenti vivono.
Il nostro approccio offre la tecnologia adatta per collegare tutti gli elementi del sistema scolastico in modo da influire positivamente sull’ambiente di insegnamento e apprendimento.
La soluzione che abbiamo dedicato alla scuola si chiama “Connected Classroom” ed include prodotti Dell quali tablet, notebook, i nostri proiettori interattivi ed il Dell cart, insieme a prodotti di terze parti quali la lavagna luminosa, il software per la gestione della classe e altro.

Quali di queste sono state attualmente scelte o sono state prese in seria considerazione per un utilizzo nella Scuola Pubblica?

La Connected Classroom è una soluzione estramente modulare quindi molte scuole acquistano semplicemente dei notebook e/o dei tablet, mentre altre scelgono il nostro carrello Dell che permette di inserire e ricaricare 30 tablet o 30 notebook e di spostarsi da una classe all’altra eliminando la stanza dedicata al laboratorio informatico e portando il laboratorio informatico da una classe all’altra.

Parlando più specificatamente del materiale con cui verrà equipaggiata una classe tipo, puoi descriverci i terminali Dell, e i suoi prodotti in generale, che vedremo maggiormente utilizzati dagli studenti e dai professori italiani?

Dell ha da poco annunciato il Latitude 3330 per favorire l’accesso degli studenti alla tecnologia e al lavoro nel maggior numero di ambienti IT possibili. Il nuovo laptop supporta Microsoft Windows 8, Windows 7 e Linux Ubuntu, offrendo agli studenti la possibilità di produrre, utilizzare e condividere informazioni, oltre che di sfruttare i comuni software e applicazioni didattici per personalizzare la propria esperienza di apprendimento a scuola e a casa.

La nuova soluzione Dell Mobile Computing Cart, annunciata con il Latitude 3330, è disponibile nelle versioni gestita e non gestita e offre storage, carica e trasporto sicuri. Pensato per contenere vari formati e schermi di dimensioni differenti, il Cart può ospitare tablet, Ultrabook, laptop e fino a 30 Dell Latitude 3330. Il cart consente il management e gli aggiornamenti IT da remoto, l’ideale per gestire un gruppo di sistemi tra differenti location. Vi sono poi il tablet Dell Latitude 10 con i vari accessori quali la docking station e la custodia protettiva Griffin® Survivor™ o il Latitude 6430u che è un Ultrabook da 14 pollici.

Considerata l’infrastruttura informatica della scuola italiana (ADSL, fondi a disposizione, aule informatiche, ecc) ed il grado di preparazione del corpo docente, consideri questi strumenti adeguati ad un loro utilizzo fin dalle prime battute di questa “rivoluzione” didattica e pedagogica? Oppure sarebbe stato meglio almeno formare il corpo docente ad un loro utilizzo?

Direi che la formazione del corpo docente è fondamentale.

In che modo e con quali strumenti avete collaborato con il Ministero dell’Istruzione per coordinare questa migrazione dall’analogico al digitale? Leggendo questo articolo scritto da Giovanni Biondi sembra che tutto ricadrà sulle spalle dei singoli insegnanti, come lascia intendere questa frase: “Se si cambiano gli strumenti di un modello trasmissivo della scuola anche tutta l ‘architettura didattica tradizionale entra in crisi e sollecita l’adozione di nuove metodologie”. Puoi dirci qualcosa? Riguardo questo punto, avete mai considerato, in Dell, di creare dei corsi di certificazione per insegnanti, al pari di quello che fanno le aziende attive nel settore Enterprise (Es. Red Hat) per la formazione di sistemisti e programmatori? I Ministeri dell’Istruzione spesso si trovano in difficoltà quando devono coordinare e preparare questi cambiamenti, e una simile opportunità potrebbe essere scelta per velocizzare e migliorare le competenze dei docenti.

Società come la nostra, in collaborazione con terze parti, devono senza dubbio mettere in campo dei programmi per istruire e certificare le insegnanti sull’utilizzo della tecnologia ma credo che il discorso sia molto più complesso. Le insegnanti devono cambiare completamente il modo in cui vengono concepite le lezioni e la tecnologia è solo uno strumento.

Se non è troppo “politically incorrect”, come consideri questa riforma scolastica rispetto a quella che è in atto negli altri paesi europei?

Non mi sembra che in Italia i vari Governi abbiano lavorato pensando che investire nella Pubblica Istruzione significa investire nel futuro del nostro Paese. Figuriamoci ora con la difficile situazione che stiamo vivendo…

Per concludere in bellezza, e un po’ in allegria, parliamo un po’ di Apple. Come mai, sebbene abbia un’offerta del tutto inadeguata rispetto a Dell o Samsung, ha un notevole successo nelle scuole, soprattutto quelle  private? Bisogna essere alla moda anche quando si impara o insegna?

Credo che Apple abbia fatto un ottimo lavoro dal punto di vista marketing e sta raccogliendo i risultati.

Ti ringrazio Chiara per la disponibilità, e speriamo di poter ripetere la collaborazione per un futuro articolo.

Quando la mitragliatrice automatica, e non a manovella, fece la propria comparsa sui campi di battaglia fu, sia per gli utilizzatori sia per i nemici di questi, una tremenda novità. I primi compresero che le battaglie, che una volta avrebbero richiesto ore o giorni e migliaia di morti per essere vinte, si sarebbero potute decidere in pochi minuti e con appena qualche perdita. I secondi, privi di tale innovazione tecnologica, si videro tutto d’un tratto relegati nel campo della preistoria, fossili viventi in un mondo non più loro.

L’esempio principe è la battaglia di Omdurman, combattuta tra un contingente di soldati inglesi (8.200 soldati) ed egiziani (17.600) comandato dal Gen. Sir Herbert Kitchener, e da un numeroso esercito di soldati appiedati (52.000) comandato da Abdullah al-Taashi, il 2 settembre del 1898 nel Sudan centrale.

La battaglia si concluse in circa tre ore. Il corpo di spedizione inglese ebbe 47 morti e 382 feriti, le truppe sudanesi più di 10.000 morti e più di 15.000 feriti. Un soldato inglese presente alla battaglia scrisse: “It was not a battle, but an execution. The bodies were not in heaps, bodies hardly ever are; but they spread evenly over acres and acres” (William Weir, Fifty Weapons that Changed Warfare, Book-mart Press, 2005).

Sedici anni più tardi, quando scoppiò la Grande Guerra, le nazioni entrarono in guerra con eserciti preparati all’utilizzo della mitragliatrice, ma non a subirne le conseguenze. Nonostante si sia combattuta la battaglia di  Omdurman, e se ne siano combattute altre simili per tutto il globo, a centinaia, i Capi di Stato Maggiore utilizzarono da principio le tattiche che risalivano ancora alle guerre napoleoniche, e le utilizzarono per tutta la durata della guerra: attacchi frontali di grossi corpi d’armata. Intere generazioni di giovani morirono sui campi di Verdun, Sedan e Caporetto, citando i più famosi, falciati dai proiettili delle Maxim o delle Spandau.

Quei Capi di Stato Maggiore, quei Generali, formatisi in un’epoca in cui ancora si combatteva con i fucili ad avancarica e a palle di cannone, nonostante fossero galvanizzati dall’utilizzo delle mitragliatrici e conoscessero l’enorme potenziale distruttivo delle stesse, non modificarono in nulla il proprio pensiero bellico, il proprio approccio alla battaglia.

Solo ufficiali giovani come J.F.C. Fuller e Sir B.H. Liddell Hart, tra gli inglesi, C. De Gaulle, tra i francesi, e J. F. L. von Seeckt, tra i tedeschi, compresero che l’epoca degli scontri frontali era finita, e che la fanteria da sola non poteva più vincere le battaglie, innovando la tattica e la strategia militare, ma con grandi difficoltà e nell’arco di molti anni. Non mi dilungherò a descrivere il loro operato, non è il luogo adatto, ma vi basti sapere che quanto teorizzarono Fuller e Liddell Hart fu utilizzato da Heinz Guderian, allievo di von Seeckt, per formare quelle Panzer Divisionen che nel 1940 spazzarono via la Francia in meno di un mese, meravigliando il mondo. Fuller e Liddell Hart, in Inghilerra, si videro invece rigettate le proprie proposte. Scrive così Liddel Hart in “La prossima guerra” (Pag.313, Le Edizioni del Borghese, Milano, 1962): “Nel 1928, quando la prima forza corazzata sperimentale fu disciolta dal British War Office dopo due anni di esperienze, un portavoce ufficiale dichiarò alla stampa: -I carri armati non sono più una minaccia-. nel 1932, il Capo della sezione storica del Comitato della Difesa Imperiale, il Generale Edmonds, mi dichiarò con sicurezza in una delle sue lettere: -Un carro armato che mostrasse la punta del ‘naso’ … sarebbe distrutto immediatamente … Le guerre come le vedete voi e Fuller sono sorpassate-“. Si badi bene, comunque, che gli inglesi e i francesi non smisero di utilizzare i carri armati, anzi all’inizio della seconda guerra mondiale la sola Francia ne aveva in servizio più della Germania, ed erano anche migliori. Perché allora la Francia fu sconfitta, e gli inglesi dovettero abbandonare il continente? Per il metodo di utilizzo. I carri armati li seppero usare al meglio solo i comandanti più giovani: Guderian, Rommel, Model, Von Manstein per citarne solo alcuni tra i tedeschi, oppure Patton tra gli statunitensi, o Zukov tra i russi. Questo non estromise dagli stati maggiori i generali più anziani, anzi questi ebbero un ruolo ancora più fondamentale: frenare i facili entusiasmi dei più giovani ufficiali, fondendo vecchia e nuova dottrina militare. Da qui l’affermazione di Liddell Hart, massimo storico militare mai vissuto, e cioè che la Germania, durante la seconda guerra mondiale, avesse avuto il miglior corpo ufficiali (giovani e anziani) di tutte le nazioni in guerra (Che poi abbia perso, è dipeso da altri fattori).

Quello che mi preme sottolineare è l’estrema somiglianza che corre tra l’introduzione della mitragliatrice o dei carri armati negli eserciti e dei tablet o dei notebook nelle scuole. Inserire un mezzo molto moderno in un sistema decisamente vecchio e statico porta inevitabilmente a errori grossolani, spesso deleteri. Se a prima vista può sembrare semplicissimo, ed anche razionalmente giusto, l’implementazione di un mezzo simile è complicatissima. L’idea di Tattica militare che utilizzarono gli ufficiali è assimilabile all’idea di Didattica che utilizzano oggi gli insegnanti alle prese con la Digitalizzazione della scuola. Rischiamo di ritrovarci con gli studenti, a casa, e gli insegnanti, a scuola, che utilizzeranno i tablet nello stesso identico modo, ovvero generalista, e questo potrebbe provocare lo scontro tra due muri (Grande Guerra). Oppure, ancora peggio, potremmo ritrovarci con gli studenti che prendono il sopravvento sugli stessi insegnanti (Seconda Guerra Mondiale). Comunque vada, questo provocherebbe conseguentemente un calo di interesse verso tali strumenti ed un ritorno, dopo le notevoli speranze iniziali, ad una didattica piatta e priva di spunti interessanti, vanificando i fondi spesi e rovinando qualche generazione di studenti.

 

Come avrete sicuramente intuito, sia da questo articolo sia da quello precedente, non solo molto fiducioso riguardo questa riforma. E’ vero, dobbiamo ancora osservare il punto di vista delle case editrici, e lo faremo in un terzo articolo, ma se il buongiorno si vede dal mattino, oggi non è una bella giornata.

Dell e Samsung hanno un catalogo di tutto rispetto per l’ambito scolastico (servizi Cloud e di condivisione molto completi, tablet e notebook di qualità, oltre ad idee di grande interesse), ma l’infrastruttura scadente delle scuole italiane potrebbe limitarne le potenzialità (senza ADSL non si condivide nulla, ad esempio). Anche il supporto offerto è di ottimo livello, ma si ferma ad un supporto “aziendale”, se mi passate il termine. Si spiega all’insegnante come utilizzare i prodotti, il loro funzionamento e le loro caratteristiche, ma manca completamente la parte Pedagogica. D’altra parte non ci si può certamente aspettare che una multinazionale IT si carichi sulle spalle i doveri del Ministero dell’Istruzione e degli enti, pubblici e privati, preposti a ciò.

Da quest’ultimo punto di vista Indire e DIDATEC sono completamente fuori strada nella propria offerta formativa e lo si vede già dai terminali utilizzati, prevalentemente Apple. Non ho nulla contro la casa di Cupertino in tale ambito, ma fa specie osservare come i professori, delegati alla formazione degli insegnanti per questa riforma, utilizzino i terminali con il minor supporto alla didattica sul mercato. Un iPad è incompatibile con la maggior parte degli altri terminali, è limitato nella condivisione (BT, porte USB, ecc), offre un supporto scadentissimo alla suite Office di Microsoft, è costosissimo e soprattutto ha il SO più chiuso dell’universo.

La scuola dovrebbe essere condivisione, libertà e uguaglianza. Come può la scuola essere tale se agli insegnanti viene implicitamente inculcato il credo secondo il quale un prodotto alla moda e costoso è quello migliore? Conosco fin troppi Professori universitari che condividono le proprie lezioni su iTunes. E chi usa Android? O GNU/Linux? Perché dovrei installare iTunes, un’applicazione prettamente commerciale e proprietaria, per CONDIVIDERE il sapere libero?
Essere digitali non significa utilizzare le tecnologie digitali per sembrare moderno o alla moda. Significa comprendere come queste tecnologie possono essere utilizzate al meglio. Non è la singola applicazione o funzione a rendere quel determinato terminale necessario. Al massimo può renderlo più utile. Andrebbe utilizzato il tablet meno costoso per formare questi insegnanti, e da quel tablet dovrebbero trarre il meglio. Il recente Progetto Tablet School va in questa direzione, ma gli interventi che vi sono stati alla conferenza del 5 aprile di quest’anno sono stati, dal mio punto di vista, eccessivamente generalisti anche da parte dei ragazzi (infarciti fino alle orecchie del marketing delle grandi case, inutile nasconderlo). Possibile che nessuno di quei ragazzi videogiochi o voglia utilizzare un videogioco per studiare? Spero nella conferenza di novembre di vedere qualcosa di realmente interessante.

Il tablet, in conclusione, deve essere visto come un mezzo per migliorare la didattica, non per fare didattica, e da questo punto di vista sia Dell sia Samsung sono concordi e lo hanno affermato più volte. Il problema sarà farlo capire al corpo docente.  Gli studenti devono vederlo come UN mezzo per migliorare le proprie capacità, non come IL mezzo per migliorarle. Proprio come per la mitragliatrice. Non sarebbe dovuto essere IL mezzo per vincere la guerra, ma UN mezzo per vincerla. L’Italia deve trovare una propria strada ad un utilizzo degli strumenti digitali, compatibile con la propria Storia.

Oppure rischieremo di ridurre i nostri figli come Tornado92, un “Born Mobol“. Lo vogliamo davvero?

 

di: Gian Maria Forni

da: www.bitsandchips.it