dispersioneA partire dal 2007, in Sardegna la percentuale di abbandoni scolastici è cresciuta dal 21,8 al 25,1%, una cifra superiore di 12 punti percentuali rispetto alla media europea.

Nel triennio precedente (2005-2007) la dispersione scolastica era invece diminuita di circa il 10%.

Ma i numeri non rendono fino in fondo l’idea. Siamo talmente assuefatti da non riuscire a trattenerli neppure il tempo necessario perché si traducano in un concetto. Sono le storie che parlano. Ci appartengono o almeno ci somigliano. Quelle che molti di noi insegnanti vivono quotidianamente in una classe, perché una classe è il luogo in cui, mentre snoccioli la compagine dei secoli, puoi ascoltare il battito dei secondi di una società che cambia, e di una povertà declinata in tutti gli aspetti possibili.

La storia di G., ad esempio, alunno affetto da sindrome di x fragile, che ha perso il diritto al sostegno perché ripetente. O di G., autistico, che a 18 anni ha acquistato il diritto di non aver diritto al sostegno per l’intero monte orario. O di A., 16 anni, ucraino, costretto per cinque ore al giorno ad ascoltare insegnanti che parlano una lingua che non comprende, senza il diritto a nessun corso di ingresso, perché non ci sono soldi, c’è solo, quando c’è, il buon senso e il generoso volontariato di qualche insegnante. O di F., e tanti come lui, alunni normosvogliati e non adeguatamente stimolati per un concorso di fattori: disoccupazione ed ignoranza parentali, mancanza di un ambiente educativo ricco e stimolante, mancanza di adeguati spazi e tempi di formazione, assenza di adeguate strategie didattiche centrate sul soggetto e, non ultima, la necessità familiare di un’attività lavorativa prematura.

Ma la dispersione mina la giustizia e l’equità sociale, poiché, come ricordava “profeticamente” Don Lorenzo Milani, nella sua Lettera a una professoressa (1967): “Se si perde loro (i ragazzi piu` difficili) la scuola non è più scuola. E´ un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Se la scuola respinge “i ragazzi piu` difficili”, coloro che abbandonano precocemente il sistema scolastico, allora la scuola non svolge piu` la sua attivita` sociale – istituzionale e di conseguenza dà una risposta inadeguata al funzionamento del nostro sistema educativo e formativo e non contribuisce positivamente all’evoluzione dello sviluppo economico, sociale e civile del Paese.

Ma perché mai un ragazzo sardo oggi dovrebbe impegnarsi a studiare, magari affrontando viaggi da pendolare faticosi e snervanti, seguendo corsi che gli risultano alieni da sé, dalla propria esistenza materiale e intellettuale, oppure debolissimi dal punto di vista pedagogico e formativo? A che pro? In nome di cosa, se poi quello stesso ragazzo si vede circondato da pessimi esempi umani e politici, da evocazioni continue di crisi insolubili, da tristezza, deprivazione, senso di abbandono e di impotenza?

La scuola, più di altre espressioni della società, richiama e riassume in sé tutte le altre questioni aperte. I nostri deboli processi di identificazione collettiva, le nostre carenze infrastrutturali, il rifiuto di dotarci degli strumenti economico-finanziari per poter attivare investimenti congrui nei settori nevralgici dell’istruzione e della ricerca, la marginalizzazione dell’irrisolta questione linguistica (che con l’abbandono scolastico ha molto a che fare), la devastazione del tessuto produttivo e sociale dell’Isola.

La scuola, prima e più di altre espressioni della società, invoca subito Sovranità o, quanto meno,Autonomia agìta veramente. E invece i nostri politici non sono riusciti a dotarci neanche del semplice strumento di una legge regionale, che ci avrebbe garantito qualche diritto in più e qualche disagio in meno.

Diciamolo con chiarezza: dei ragazzi e della scuola non si occupa, sul serio, nessuno. Forse perché chi è deputato a fare le scelte, politici e burocrati, di solito non mettono piede nella scuola, escluse passerelle o ospitate, dai tempi del Liceo. Non sono i burocrati (sindacalisti, politici, dirigenti ministeriali, scolastici, regionali etc. ai quali colpevolmente gli insegnanti hanno lasciato carta bianca) che devono dettare i tempi agli insegnanti e alla scuola. Il contrario semmai: è la burocrazia (quella minima che ci serve, non di più) che si deve mettere al servizio della scuola e dell’apprendimento. In particolare in un momento i cui è il lavoro a mancare, e alludo a quello dei genitori.

Questa è l’unica cosa di cui parlare, la sola di cui una campagna elettorale seria dovrebbe occuparsi: offrire un progetto per restituire formazione e quindi lavoro alla Sardegna. Senza libertà materiale non c’è libertà politica né democrazia. Il resto sono chiacchiere.

Perché non iniziare a mettere al primo punto di un programma di governo sovranista la creazione di uno o più “distretti della conoscenza”, che nascerebbe grazie alla creazione di dinamiche di partnership tra diversi soggetti e mirato a creare un modello di sviluppo ad elevato contenuto di conoscenza? Lo stesso principio per cui per il diritto alla salute si invoca la “medicina di prossimità”, cioè quella cosa per cui se stai male conviene che ti curi a casa o molto vicino, e possibilmente subito. Cose così insomma, solo cose normali.

di: Marina Spinetti

da: www.sardiniapost.it