Educarsi ed educare ai robot è una delle più importanti missioni educative verso le nuove generazioni.

Che i robot siano destinati ad uscire dalle industrie e dai laboratori per entrare nelle vite di tutti noi, è un fatto puro e semplice. La robotica di servizio e di intrattenimento farà presto parte delle nostre esistenze. Su opportunità e conseguenze di ciò, ovviamente, si possono nutrire le più diverse opinioni. Per quanto gli ambiti di applicazione della robotica siano i più disparati, le reazioni suscitate esibiscono spesso due tendenze definite: da una parte, condanna senza appello radicata nel sospetto e nell’insofferenza per le nuove tecnologie; dall’altra, accoglienza entusiastica e acriticamente fiduciosa nei confronti delle infinite potenzialità della macchina. Tra i due schieramenti sembra restare solo il campo di battaglia.
Il mondo della scuola non fa eccezione. Che il robot faccia capolino nelle aule è già più che una possibilità. Anche solo le esperienze della Scuola di Robotica di Genova, possono essere sufficienti per farsi un’idea seppur generalissima di cosa succede, quando il robot va a scuola. Certo non può essere in buona coscienza considerato un intruso. È a scuola che il robot è stato concepito: a scuola è a casa.
Cosa pensare a riguardo, tuttavia, non è certo già deciso—né per ora decidibile, in verità. Ma già suonano le trombe e le truppe corrono alle postazioni di battaglia: la robotica è la soluzione a molti dei problemi di cui la scuola soffre, i robot affosseranno definitivamente un sistema che già non gode di grande salute.

Un’immagine riflessa

La robotica, soprattutto la robotica umanoide, genera in noi reazioni emotive e psicologiche di grande intensità. Che ci rassomigli o meno anche nella fisionomia, il robot è un immagine riflessa dell’uomo che lo produce. È uno strumento, come ogni tecnologia; eppure sembra sfidare la propria subordinazione ai nostri fini e ai nostri desideri; sembra superarci nella sua infallibilità automatica e mettere a nudo la nostra obsolescenza. È nell’immagine doppia del robot che gettano radici i sospetti più timorosi e gli entusiasmi più rosei. Ma il gioco di specchi non è degno di fiducia.
Ogni prodotto tecnologico, robot incluso, è uno strumento. Quando un nuovo strumento viene messo a disposizione, è prima di tutto necessario interrogarsi con spirito critico su che cosa esso effettivamente sia, che cosa effettivamente faccia, e come sia possibile sfruttarlo al meglio. In seconda battuta, prima di ostracizzarlo o di accordargli piena fiducia, bisogna esporsi cautamente alla sua presenza e familiarizzare con esso. In terza battuta, si deve esplorarne (con prudenza, certo, ma anche curiosità) tutte le possibili applicazioni, e non lasciare intentato nulla che appaia ragionevole.
Perché mai, tutto ciò? È evidente: affinché lo strumento consegua quello che dovrebbe essere il fine di ogni buon strumento (migliorare la vita degli uomini) e non si evolva in ciò in cui mai dovrebbe evolversi (un mezzo di divisione, di oppressione o di imbarbarimento).
Può la scuola sottrarsi alla sfida?

Curiosità e missione educativa

Gli effetti dell’impiego dei robot nell’istruzione di qualsiasi grado e livello non possono ancora essere previsti; d’altra parte, non si può di certo affermare che la presenza del robot nelle classi sia già qualcosa di definito e valutabile di per sé. I rapporti tra didattica e robotica sono ancora tutti da definire. Ma è prima di tutto a una missione educativa che la scuola non dovrebbe far mancare il proprio contributo. Prima di barricarsi dietro a timori e condanne, si dovrebbe avere la curiosità e il coraggio di prendere in considerazione l’idea di portare i robot nelle scuole, dove si insegna a pensare proprio a quelle ragazze e a quei ragazzi la cui vita sarà vissuta in compagnia dei robot.
Che senso ha rifiutarsi di incidere sulle idee e le relazioni che bambini e ragazzi sviluppano nei confronti dei robot? Ciò non significa solamente perdere la possibilità di stimolare lo spirito critico delle nuove generazioni nei confronti di un oggetto che concorrerà a definirne la visione del mondo. Nemmeno significa solamente rifiutarsi di trasmettere alle nuove generazioni, per quanto possibile, i pochi ma buoni strumenti che per ora abbiamo per comprendere il robot come oggetto sociale e sviluppare relazioni equilibrate con esso. Significa anche chiudere arbitrariamente la porta alle potenzialità della robotica in ambito educativo, ancora tutte da scoprire e valutare accuratamente. Tante rinunce – esclusivamente sulla base di timori, sospetti e pregiudizi che appartengono più alla sala cinematografica che al laboratorio o al pensiero critico?
Quando nuove tecnologie entrano nelle nostre vite, la strada migliore non è la più veloce, né la più larga, né la più facile, ma la più tortuosa e faticosa. Le tecnologie nascono per semplificare la vita, ma presuppongono un adeguato sforzo critico, culturale e politico, che ne pensi, ne realizzi e ne tuteli l’uso benefico e produttivo. Private di ciò, il loro potenziale sociale va perduto.
Che ci piaccia o no, dunque, non abbiamo alternative: per il nostro bene, dobbiamo incamminarci per quell’arduo sentiero che si snoda tra la cauta prudenza, l’intelligenza critica e la vivace curiosità. La cima a cui conduce è in assoluto la più soddisfacente: saper sfruttare al massimo il potenziale benefico delle tecnologie e limitarne il più possibile gli (inevitabili) effetti negativi. Nessuno e niente è perfetto: il resto dipende da noi. Nel sottrarsi alla sfida che la robotica pone, la scuola ha tutto da perdere e niente da guadagnare. Ma accettare la sfida non significa abbandonarsi, sottomettersi, o adeguarsi passivamente al robot. In cattedra e sui banchi ci possiamo stare solo noi; dobbiamo imparare a servirci dei robot e a vivere con essi. Educarsi e educare al robot è una delle più importanti missioni che la scuola dovrà assumersi negli anni a venire, per il bene non solo di chi a scuola ci andrà, ma anche di chi ci è già andato. Chi ben comincia è a metà dell’opera.

Nelle foto, dall’alto: Nao e WeDo, Campustore

 

di: Fabio Fossa

da: www.giuntiscuola.it

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