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Maturità 2018, ultima campanella: «La scuola non è Seneca o Pitagora, sono le persone»

Considerazioni di un maturando, tra euforia e ricordi: nei cinque anni delle superiori ci specchiamo e ci vediamo crescere.

Diciott’anni, lo zaino pieno di sogni. È presto, in fondo. Troppo presto perché quell’avventura durata cinque anni finisca. Ci sono gli esami, sì, ma forse questo non basta più. Le undici non ancora suonate, quella fila di gente di fronte alla porta principale che sta a significare una cosa sola: la scuola è finita. Lo senti dall’entusiasmo, palpabile, dei ragazzi più bassi di te, un’estate davanti e lo stress esasperante di quegli ultimi mesi. «È finita», lo gridano a squarciagola mentre tu, in silenzio, realizzi che quell’ultimo giorno di scuola ha un non so che di nostalgico.

E allora, alle 11 in punto, scattano gli abbracci. «Tanto ci rivediamo», sussurra qualcuno. «È vero», penso io, mentre l’ultima campanella suona e scopro il vero significato della scuola. Cinque anni in quei corridoi colmi di gioia e di rabbia, in quelle classi in cui, chini sui banchi, prima di te sono passate generazioni di ragazzi, oggi adulti, esperti del mondo e avvocati della vita. «La scuola è carogna». Me lo sono detto più volte, quando fallivo e tra me e me pensavo «no, non ce la farò mai», quando, le mani sul viso in segno di disperazione, mi usciva un: «La odio, non vedo l’ora di andarmene».

E ancora ricordo quel giorno di settembre di cinque anni fa: lo zaino in spalla e le farfalle nello stomaco. E quell’augurio, sussurrato da un professore che faceva le valigie e se ne andava in pensione: «Ti auguro di vivere la scuola come il dono migliore che ci sia». Me lo sono augurato anch’io e continuerò ad augurarlo agli altri, di credere che la scuola sia un trampolino per la vita, che lì si possa diventare donne e uomini. Ieri ho capito il senso di quel dono: la scuola non la fanno le materie, non la fanno Platone, Seneca e Pitagora.

La scuola la fanno le persone. E noi, delle persone vere, non ci stanchiamo mai. I cinque anni di superiori sono quelli in cui ti guardi allo specchio e ti vedi crescere, velocemente, mentre ti dicono che è ora di scegliere cosa fare nella vita, chi diventare, che il futuro, là fuori, non può attendere. Come oggi, quando uscendo per l’ultima volta dalla mia classe ho pensato a questi cinque anni volati via: a me, ai prof, a quella prima fidanzatina nei corridoi. È arrivato il momento di crescere, di spalancare le porte del mondo e di tirare avanti da soli la baracca. Silenzio. Se ne sono andati tutti. Raddrizzo il banco e ci appoggio la sedia, chiudo l’armadietto e me ne vado, salutando le bidelle e ringraziando anche loro. Le undici e un quarto. Arrivederci, ricordi.

di: Enrico Galletti

da: www.corriere.it

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By |2018-06-12T17:19:41+00:00Giugno 12th, 2018|Didattica, Insegnanti, News, Recensioni, Scuole, Studenti|0 Comments

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