compiti-vacanze2Maria Chiara Carrozza è un tipo severamente sobrio o sobriamente severo ma per almeno un paio di cose sfugge al cliché del tipico ministro dell’Istruzione.

Per esempio: non crede nell’efficacia taumaturgica dei compiti per le vacanze. «Diciamo che su questo terreno mi sento più vicina alla lobby delle mamme. Non serve a niente imporre tonnellate di versioni di latino o decine di problemi da risolvere. Vengono smaltiti meccanicamente, senza concentrazione. Meglio vacanze più brevi, ma vere vacanze. Con il piacere di leggere, questo sì. Un bravo insegnante è quello che stimola la curiosità e incoraggia la scelta. Sarebbe bello che ad ogni ragazzo fosse fornita una lista di libri perché selezioni le sue letture delle vacanze. Dobbiamo insegnare il valore della scelta». Ministro dell’Istruzione e prima ancora rettore dell’Istituto Sant’Anna di Pisa, scuola di eccellenza, Maria Chiara Carrozza smentisce anche il cliché della secchiona predestinata. La passione per lo studio le è venuta all’università, al liceo faceva tante altre cose, dallo sci al basket al volontariato con gli scout, e infatti si diplomò non con il massimo ma con 52/60. Liceo scientifico nella stessa Pisa in cui studiava il futuro premier Enrico Letta. Di Enrico Letta e di molto altro parliamo nel suo ufficio di ministro in viale Trastevere. Che tipo è il nostro presidente del Consiglio?«Enrico Letta è empatico».
Veramente sembra piuttosto controllato.
«Invece è molto sensibile. Da politico è abituato a tenersi dentro tutto, è vero. Ma si accorge di quel che gli gira intorno. Se no non sarebbe presidente del consiglio. È empatico ed anche autorevole. È stato più volte ministro e questo aiuta».
Essendo entrambi di Pisa, città piccola, Letta e Carrozza si conoscevano da prima e «da quando sono diventata rettore ci siamo frequentati di più. Lui aveva studiato al Sant’ Anna». Stesso ambiente, famiglie colte, basso profilo e alte letture. Con Letta, insomma, vi capite al volo… Il telefono squilla e guarda caso è lui che la cerca. Il ministro Carrozza si allontana per qualche minuto.
Crisi di governo?
Breve accenno di un sorriso: «Ma no, è che ci sentiamo spesso».
Rimpasto?
«Mai creduto all’ipotesi».
Comunque, e per tornare a Pisa, il ministro ammette una certa predestinazione all’incarico «nella mia famiglia erano tutti insegnanti o professori. Mio padre si è sempre definito un servitore dello Stato e lo considerava un valore».
Esperta di fisica delle particelle mentali, la giovane Maria Chiara sceglie di fare la sua tesi di laurea al Cern di Ginevra.
Che cosa consiglierebbe ai giovani ricercatori che, avendo vinto una borsa di studio , preferiscono usarla all’estero invece che in Italia?
«Prima di diventare rettore al Sant’Anna mi avevano offerto un posto in California. Ero tentata, ma ho scelto di restare nel mio Paese. L’ho fatto perché a 39 anni al Sant’Anna mi avevano dato un incarico di grande responsabilità e molta libertà di gestione. Si erano fidati. Nell’ università italiana invece non si lascia abbastanza libertà ai giovani. È troppo strutturata e troppo gerarchica. Il professore anziano fa da tappo. E negli enti di ricerca non c’è sufficiente turn over».
Lei cosa sta facendo per cambiare le cose?
«Intanto penso che chi vince un progetto europeo dovrebbe poter essere chiamato dall’università senza passare per concorsi nazionali. I giovani si proporrebbero di più all’estero e le nostre università potrebbero scegliere tra gente selezionata con cura».
A proposito di merito. Perché i nostri quindicenni sono piazzati cosi male nelle classifiche Ocse, soprattutto nelle materie scientifiche?
«Qualche miglioramento c’è stato ma il cambiamento si vedrà solo se valorizzeremo gli insegnanti. La matematica, per esempio, ha una bella tradizione in Italia, ma ci sono pochi fondi per la formazione. E poi bisogna far sapere che una laurea in materie scientifiche e tecnologiche aiuterà a trovare lavoro».
Perché in Italia nessuno lo spiega andando a parlare ai ragazzini delle medie?
«Bisogna farlo. Preparare i percorsi dalla medie. Il sistema degli anni ’50 era sbagliato perché classista, ma una cosa giusta l’aveva colta: dava una visione del futuro».
Perché ha deciso di rinviare l’adozione dell’E-book nelle scuole?
«Il presupposto è portare Internet in tutte le scuole, non si può andare avanti con pochi esempi pilota. Anche qui, poi, bisognerà formare gli insegnanti. La priorità, comunque e per il momento, è investire in edilizia scolastica. La qualità dell’apprendimento dipende anche dall’ambiente nel quale studi. Ci sono studi che lo dimostrano. Prima si interviene nell’edilizia poi sul resto».
Ma molte multinazionali potrebbero aiutarvi a digitalizzare la scuola italiana.
«Ci stiamo ragionando, purché non si vincoli il sistema scolastico a un solo brand. I nostri bambini e bambine non sono i consumatori futuri di questo o quel software. Vigilerò su questo».
Lei è sempre connessa?
«Sì. Ma nei weekend un po’ meno. E di notte cellulari e iPad vanno spenti. Ai miei ricercatori lo dicevo sempre. Quando si dorme, si dorme».
Quindicimila nuovi insegnanti. Saranno adeguati all’insegnamento 2.0?
«Dobbiamo credere che il nostro sistema li renda tali. Il problema è che dovremmo dare loro la possibilità di aggiornarsi. Invece abbiamo tagliato molte risorse. Troppe».
Lei ha detto che non ci sarà una riforma Carrozza. Sicura? Prima o poi cadete tutti nella tentazione.
«Vedremo. Ma penso sia sbagliato personalizzare le riforme. Bisognerebbe chiamarle con un numero: sono frutto di un lavoro di squadra. E poi se le battezzi con un nome assumono subito connotati negativi».
Perché i ministri dell’Istruzione di solito sono antipatici?
Al ministro sfugge la prima semi-risata. Siamo al momento dei saluti. Le chiedo cosa pensa di quel che ha detto papa Francesco, del fatto che stiamo creando una generazione di senza lavoro. Il ministro torna seria: «Serve un atto di coraggio», dice.
In che senso?
«Perché soldi non ce ne sono e quelli che ci sono dovrebbero andare all’istruzione. I nostri giovani possono salvare questo Paese. Ma se li mandiamo tutti via, siamo finiti.
Le faccio un esempio: i giovani ricercatori dell’Istituto di vulcanologia. Gente preziosa se vogliamo prevenire i rischi sismici. C’è appena stato un altro terremoto. Non possiamo non investire su loro. Eppure, anche loro sono precari».
È precario anche il vostro governo?
«È un governo pro tempore».
Che significa?
Che hai un mandato definito e devi essere sempre pronto a lasciare. Ma fino a quel momento fai tutto quel che puoi e quel che devi. Intanto si semina, ci sarà qualcuno che raccoglierà. Non si deve personalizzare. L’eccesso di individualismo è uno dei mali italiani. è il lavoro di gruppo che va incentivato. Nel mio settore, nella robotica, è impensabile non fare lavoro di squadra. La leadership si costruisce se si rispetta il gruppo. Proprio come fa Enrico Letta con I suoi ministri».

 

di: Maria Latella

da: www.ilmessaggero.it