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Bambini online: quanto stanno con lo smartphone in mano (e quanto dovrebbero)

Ci si potrà stupire che i bambini delle primarie siano in rete per sette ore al giorno, tra giorni feriali e festivi. Ma anche i genitori hanno le loro responsbilità dal momento che mettono in mano uno smartphone o un tablet ai loro figli fin dal primo anno di vita. Diciamo che quella rappresenta l’età minima in cui un bimbo si trova davanti uno schermo digitale, ma quella media non sale di molto: due anni e mezzo. A parziale compensazione il 70% dei bambini non possiede il cellulare.

Sono dati di certo parziali, ma sono indicativi della pervasività del digitale tra i più giovani. I numeri li fa la ricerca “Digitale sì, digitale no” che da questa fotografia, fatta sulla base delle risposte di 1.300 genitori, parte per valutare le ripercussioni di questa nuova realtà sul mondo della scuola, rilevando l’esperienza e le opinione di 1.389 docenti di 45 scuole primaria in tutta Italia. Senza dimenticare gli studi specifici sull’effetto del digitale sull’evoluzione dello sviluppo dei ragazzi. A guidare lo studio sono stati il Cnis dell’Università di Padova, sotto la guida di Daniela Lucangeli, e il Centro Studi ImparaDigitale, insieme alla Bocconi e all’Università di Cagliari, con il supporto di Acer Education.

Il dato di fatto che emerge con prepotenza è che gli adolescenti ormai vivono, comunicano, interagiscono nel mondo immateriale della rete, si immergono in realtà virtuali, mondi “altri” che gli adulti faticano a comprendere e da cui genitori, educatori e docenti sono giocoforza esclusi. Peraltro l’ambiente in cui il bambino vive influisce sull’uso del digitale: più i genitori sono istruiti e minore è il tempo che il bimbo passa online e, al contrario, le ore sul web aumentano con il ridursi del livello di istruzione dei genitori.

Per contro la ricerca induce a considerare gli aspetti negativi: l’accettazione fideistica di tutto quello che proviene dalla rete, il rischio di una scarsa consapevolezza e stima di sè, insieme a un atteggiamento compulsivo di carattere dopaminico verso il device che ciascuno di noi sperimenta alla ricerca di una qualche “ricompensa” e gratificazione per il messaggio che arriva.

Di fronte a questo cambiamento di paradigma, di una conoscenza non più proposta dagli adulti, la scuola non può chiudere gli occhi e far finta che non esista: c’è chi insiste per vietare gli smartphone a scuola, come già successo in Francia dove da quest’anno i cellulari sono vietati nelle scuole, ma anche usare il digitale in chiave didattica secondo metodologie vecchie è inutile.

La scuola in discussione
«Educare, ed educarsi, a un uso corretto del digitale diviene quindi fondamentale, sia per i ragazzi che per gli adulti, anch’essi coinvolti in prima persona in questa trasformazione della comunicazione», afferma Dianora Bardi, presidente di ImparaDigitale, che è l’artefice dell’appuntamento degli “Stati generali della scuola digitale” che si svolgono lunedì 26 novembre a Bergamo: un migliaio di docenti da tutta Italia si riuniscono per riflettere su questi temi e individuare soluzioni condivise. All’evento sarà presente anche Luca Attias, commissario straordinario del Team digitale, alla sua prima uscita pubblica.

«Digitale sì, digitale no… Il digitale è»
La tecnologia, in conclusione, non va demonizzata, anzi può costituire un efficace strumento da utilizzare, «ma deve essere impiegata in modo consapevole e non unicamente come mero mezzo di consumo». Per esempio di tratta di integrare le tipologie di scrittura, «senza perdere le potenzialità cognitive che si attivano con la scrittura manuale, nè d’altro canto ignorare aprioristicamente i vantaggi della videoscrittura», ben consapevoli che l’atto di scrivere e il pensiero sono strettamente congiunti».

Allo stesso tempo la scuola può sfruttare il nuovo modo di comunicare dei ragazzi in un mondo immateriale per sviluppare la creatività e sostenere il processo di apprendimento attraverso i prodotti più innovativi, come i videogiochi o gli strumenti adattati alla realtà aumentata o virtuale. Insomma, come conclude lo studio, «digitale sì, digitale no? Il digitale è! E la scuola deve necessariamente utilizzarne i vantaggi per una didattica e una carica motivazionale e inclusiva».

 

di: Pierangelo Soldavini

da: www.ilsole24ore.com

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By |2018-11-29T08:31:50+00:00Novembre 29th, 2018|Cagliari, Didattica, Formazione, Insegnanti, News, Recensioni, Scuola Digitale, Studenti, Tecnologia|0 Comments

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