Qualche anno fa mi è capitato di ritrovare per caso la pagella, risalente agli anni 30, di una sorella di mio nonno, in cui tra le materie soggette a voto figurava: “Lavori donneschi e manuali”. Tutto il disprezzo di quella dicitura, settant’anni dopo, riecheggiava come qualcosa di sconcertante ma al contempo di lontano, appartenente a un’idea di società tutto sommato morta e sepolta, in cui esistono lavori che devono essere svolti esclusivamente da un genere, opportunamente sovradeterminato, per poi venire sminuiti in quanto tali.

Una società magari morta ma a quanto pare non del tutto sepolta, a giudicare dallo sconcerto sollevato nei giorni scorsi dal rinvenimento, in un libro di testo attualmente in uso per le scuole elementari, di un esercizio che riporta le attività “stira” e “cucina” come proprie della figura materna, mentre “lavora” e “legge” sono quelle riconducibili alla figura paterna. In un altro libro, sempre per la scuola primaria, viene riportata la definizione del termine “zitella” come “donna brutta che nessuno vuole sposare”, privando il soggetto ipotetico del termine della possibilità di scelta rispetto al proprio stato civile.

I “ritrovamenti” hanno sollevato un polverone prevedibile quanto legittimo, sulla questione dei libri di testo attualmente in adozione ancorati a vecchi stereotipi di genere. Non si tratta di un episodio isolato e nemmeno del primo in cui viene sollevato un dibattito intorno al linguaggio dei libri di testo scolastici, in una società che possiamo ormai definire più nervosa che confusa rispetto a certi argomenti.

Nel 2014, infatti, la Procura di Roma archiviò la denuncia di alcune associazioni pro vita ai danni dei docenti del Liceo Giulio Cesare che avevano fatto adottare il libro Sei come sei di Melania Mazzucco, contenente una scena di sesso orale tra i protagonisti, un insegnante e un musicista gay con una figlia nata da utero in affitto. La denuncia fu archiviata perché i contenuti oggetto di censura furono ritenuti “non isolati e avulsi dal contesto complessivo dell’opera, risultando viceversa funzionali al messaggio di sensibilizzazione al tema delle famiglie omosessuali”. Il pm aggiunse che la scuola perseguiva in questo modo strategie volte alla “prevenzione e contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”.

Messa sotto accusa spesso è la cosiddetta “teoria gender”, una teoria che – vale la pena ricordarlo – nessuno ha mai formulato

Nel 2015 fu un esponente del partito autonomista trentino a denunciare la “pericolosità” di libri per gli asili che contenevano immagini e riferimenti a famiglie in cui i genitori avevano lo stesso sesso, mentre nello stesso anno il sindaco neoeletto di Venezia Luigi Brugnaro fece ritirare dalle scuole della Laguna ben 49 testi che affrontavano in chiave critica il tema della discriminazione, puntando il dito contro “l’arroganza culturale con cui una visione personalistica della società è stata introdotta nei nidi e nelle scuole per l’infanzia di Venezia, senza chiedere niente alle famiglie”. In quei casi a venir messa sotto accusa fu la cosiddetta “teoria gender”, una teoria che – vale la pena ricordarlo – nessuno ha mai formulato e quindi è difficile ritenere che esista: il termine è infatti una storpiatura nata in ambito cattolico che fa riferimento agli studi di genere con tono critico, quasi dispregiativo, in particolare a tutti quegli studi che non si allineano a un non meglio definito “ordine naturale” in cui la famiglia ha origine esclusivamente dall’incontro di un genitore di sesso femminile e uno di sesso maschile.

Nell’ultimo caso è l’idea conservatrice di attività domestiche distribuite tra i genitori in base al genere a dare scandalo. Di per sé è la conferma che la scuola è ancora ambiente vivo, laddove non sempre in perfetta salute, e ancora specchio delle istanze dualistiche di una società in evoluzione.

Ma possono esistere libri di testo neutrali?

Difficile immaginarli in un contesto come quello odierno dove, a giudicare dagli isterismi provocati dai singoli episodi, il dibattito pare ancora troppo giovane per raggiungere una mediazione accettabile. Dovrebbero essere scritti da individui talmente neutrali, o quantomeno consapevoli, da sapere come evitare ogni potenziale controversia, e perciò dovrebbero provenire da una linea temporale in cui non sono mai esistite discriminazioni di genere. Il punto è che, per avere libri di testo neutrali, probabilmente è necessaria una società neutrale, e a giudicare dalla diffidenza di alcune posizioni, soprattutto di quelle più ancorate ai vecchi stereotipi, c’è ancora parecchio privilegio da difendere da parte di chi si riconosce in un “ordine naturale” di divisione di ruoli tra uomo e donna.

La domanda a questo punto potrebbe essere rigirata: può il sapere essere neutrale? Foucault diceva che il sapere non è fatto per apprendere, ma per prendere posizione, e di conseguenza è difficile lamentarsi della poca incisività della scuola nella costruzione della società di domani se poi si ha paura di affrontare certi dibattiti già tra i banchi, specie se intorno a un libro.

Non ho mai capito perché, per apostrofare una classe a maggioranza composta da studentesse, si debba usare il plurale “ragazzi” e non “ragazze”

Da insegnante è capitato anche a me di ritrovare, in un libro di grammatica per le medie che avevo ereditato e non adottato, una casella che invitava gli studenti e le studentesse a utilizzare il plurale maschile in luogo di gruppo plurale misto, che comprendesse cioè sostantivi sia maschili che femminili declinati al plurale (es. ‘I ragazzi di oggi’, per indicare anche eventuali ragazze presenti idealmente all’interno del gruppo). Posto che non esiste nessuna regola grammaticale che obblighi, nel caso specifico, a utilizzare il plurale maschile, al di là dell’abitudine derivata da un uso riconducibile a una società che è stata (ed è ancora) fortemente patriarcale, non ho avuto altra scelta se non quella di sconfessare il libro e precisare alla classe che non ero d’accordo con gli autori del testo. D’altronde non ho mai capito perché, per apostrofare una classe a maggioranza composta da studentesse, si debba usare il plurale “ragazzi” e non “ragazze”, soprattutto dopo secoli in cui si è teso ad utilizzare il maschile e a nessuna studentessa è stato mai chiesto il consenso, né ci si è preoccupati se la cosa turbasse la sua identità di genere o meno.

Si può discutere di libri a volontà, è necessario farlo, ma è altrettanto necessario tenere conto del fatto che i libri non possono (e non devono) essere il centro focale della scuola. Lo sono semmai gli studenti, che della società in evoluzione sono lo specchio più fedele, e che intorno ai libri è bene che sviluppino un proprio senso critico, a partire dal testo ma non in funzione dello stesso. Libri di testo scritti nella cornice di una società conservatrice manterranno aspetti conservatori, e qui è compito dell’insegnante contestarli ed esporne le contraddizioni, ma è altresì compito delle istituzioni fare sì che vengano prevenute e contrastate le discriminazioni nella società prima che tra le pagine di un libro. È quindi auspicabile che testi conservatori vengano prima o poi sostituiti allo stesso modo in cui vengono aggiornate le cartine dopo i grandi eventi geostorici. A margine di questo dibattito – si conceda la metafora sportiva – vale comunque la pena di ricordare che più i libri verranno visti non come il fine ultimo del “salto”, ma come trampolini nello sviluppo di una coscienza, più starà agli studenti e alle studentesse fare il tuffo.

 

di: Simone Vacatello

da: www.esquire.com

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