Il rapporto: «Impreparati ad affrontare le sfide della digitalizzazione». A rischio molti posti di lavoro. Lacune tra gli insegnanti: 3 su quattro hanno bisogno di formazione.

Voto «zero». Non abbiamo le competenze di base per «sopravvivere» nel mondo digitale. Una bocciatura senza mezzi termini quella che arriva dall’Ocse che nel rapporto «Skills Outlook 2019 – Thriving in a digital world» ci mette al fianco di Cile, Grecia, Lituania, Slovacchia e Turchia, sotto l’etichetta «gruppo con il ritardo digitale più consistente», impreparato ad affrontare le sfide della digitalizzazione. . Le lacune che, scrive l’Ocse, «si notano sia come individui che come lavoratori», impediscono alla popolazione italiana di prosperare nel mercato e nei mestieri legati allo sviluppo tecnologico.

Le competenze che mancano

Deficitari tutti i parametri presi in considerazione: dalla competenze tecniche a quelle necessarie per adattarsi a un mondo in evoluzione, dalla scarsa formazione dei lavoratori (specie tra gli insegnanti) alla capacità di sfruttare le potenzialità di Internet. A prima vista l’uso di Internet in Italia è relativamente diffuso e riguarda il 71% dea popolazione tra 16 e 74 anni, che però risulta essere il quartultimo livello dell’Ocse, superiore solo a Turchia, Messico e Grecia e contro una media dell’85%. Piuttosto, solo il 36% degli italiani tra i 16 e i 64 anni, afferma il rapporto, è in grado di usare la Rete in modo «vario e complesso». Cioè di andare oltre la semplice navigazione (senza, per questo, spingersi a saper programmare). È la percentuale più bassa tra tutti i Paesi analizzati, la cui media supera il 58%. È lontano «il piccolo gruppo» di Stati che guidano la digitalizzazione: Belgio, Danimarca, Finlandia, Olanda, Norvegia e Svezia. Dove l’80% dei cittadini, per dire, è in grado di usare applicazioni finanziarie o creare un blog.

A condividere gli scarsi risultati italiani sono solo Grecia e Polonia. «Questo dato – spiega l’Ocse – suggerisce che, anche laddove l’accesso a Internet è universale, vi sono grosse disparità nella misura in cui le persone traggono vantaggio dalla digitalizzazione». Il ritardo potrebbe ampliarsi nei prossimi anni, perché se «la complessità e il numero delle attività svolte utilizzando strumenti digitali aumenterà», «i cittadini di alcuni Paesi hanno maggiori probabilità restare indietro». Tecnologie come l’Ict, l’intelligenza artificiale e la robotica presentano un immenso potenziale per rafforzare la produttività e il benessere, ma possono anche ampliare le disparità a svantaggio delle persone e delle regioni lasciate indietro.

I buchi della scuola

Nelle scuole, nonostante la diffusione capillare di dispositivi e connessioni a Internet, più della metà degli studenti (scuola superiore) sembra non usarli in modo efficace per scopi didattici. «Il semplice accesso ai computer non è sufficiente per migliorare le prestazioni degli alunni», scrive l’Ocse. Dipende da come e quanto il digitale «è integrato con l’insegnamento». Sono anni che Andreas Schleicher, direttore del Directorate for Education and Skills dell’OCSE lo va dicendo: «La scuola digitale richiede modelli didattici innovativi e aperti». Non il consueto modello «lezione – libro di testo – studio individuale/compiti a casa – compito in classe – interrogazione». E se è fuor di dubbio che negli ultimi due anni si sia investito sulla scuola, invertendo una tendenza pluriennale di tagli e scarsità di risorse, va detto che a poco serve avere copertura Wi-Fi in tutti gli ambienti scolastici se la didattica rimane legata a modelli del passato.

Gli insegnanti

Mancano di competenze gli insegnanti: mentre «in diversi Paesi gli insegnanti usano informatica e strumenti digitali con la stessa intensità di altri lavoratori con istruzione terziaria – dice l’Ocse – in Italia c’è una forte mancanza di competenze». Tre insegnanti su quattro (contro una media Ocse del 58%) avrebbero bisogno di «formazione Ict». È un punto, questo, su cui il rapporto si sofferma.

In ufficio

In ufficio non va meglio. «L’intensità» con cui i lavoratori italiani utilizzano l’Ict è minore rispetto alla maggior parte dei Paesi Ocse. In un punteggio che va da zero a uno, l’Italia è ferma a 0,2. La media è allo 0,5 e il vertice (l’Olanda) allo 0,7. «La formazione dei lavoratori è inferiore agli standard internazionali». Inoltre, «i più esposti ai rischi dell’automazione» (cioè chi compie mansioni poco qualificate sostituibili dalle macchine) hanno «meno probabilità» di partecipare a percorsi che aggiornino le loro competenze per prepararli ai «cambiamenti sociali e lavorativi».

Formazione

Per mitigare i rischi, afferma l’Ocse, il 13,8% dei lavoratori italiani più esposti avrebbe bisogno di un periodo di formazione fino a un anno (contro una media del 10,9%), cui si aggiunge un 4,2% che avrebbe bisogno di un percorso fino a tre anni. Questa necessità di formazione non trova riscontro nella realtà: solo il 30% degli adulti italiani, infatti, ha affrontato un percorso di formazione negli ultimi 12 mesi, contro una media Ocse del 42%. Manca, in sostanza, la formazioni continua lungo la propria carriera, soprattutto tra i lavoratori che ne avrebbero più bisogno.

Indietro anche i giovani

Poi l’Ocse esamina le competenze «cognitive» (dall’alfabetizzazione alle conoscenze scientifiche di base) e «socio-emotive» (come la capacità di lavorare in modo «collaborativo e flessibile»). Con il digitale «c’entrano» – spiega l’Ocse – perché consentono di sfruttare tutti i vantaggi dell’uso di Internet. Ma in Italia solo il 21% degli individui di età compresa tra 16 e 65 anni ha un buon livello di alfabetizzazione e calcolo («literacy and numeracy skills»). È la terza percentuale più bassa tra i Paesi analizzati. Solo Cile e Turchia fanno peggio. E sulle competenze «cognitive e digitali» fanno male sia gli under 30 (il 3,2% ha un punteggio PISA basso, contro il 2,3% Ocse) che i 55-65enni (punteggio basso per uno su tre, contro il 17% Ocse).

di: Antonella De Gregorio

da: www.corriere.it

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