L’attuale modello di scuola era già vecchio il secolo scorso. Forma i cittadini del passato, non quelli della società attuale o di quella futura, in cui dovranno operare. Ma non basta introdurre le tecnologie per migliorare il sistema: bisogna mettere tutto in discussione dalle finalità della scuola alle aule. Ecco perché.

Nell’era digitale, non basta introdurre le tecnologie ICT nella scuola per migliorare il sistema educativo, ma c’è bisogno di una scuola nuova per costruire una nuova società.E la scuola nuova deve cominciare a mettere tutto in discussione, dalle finalità della scuola al modello di apprendimento, al ruolo degli insegnanti, fino alle stesse aule in cui si svolgono le lezioni e alla struttura degli edifici.

Alcuni paesi, come ad esempio la Finlandia e i paesi scandinavi, hanno già intrapreso questo cammino. In Italia è necessario iniziare a costruire e condividere una visione della nuova scuola e di un percorso per arrivarci. A questo compito siamo chiamati oggi noi che ci occupiamo di innovazione scolastica e tecnologie dell’apprendimento.

I nodi dello sviluppo digitale

Questa mia riflessione parte dalla lettura di un recente contributo di Paolo Ferri per agendadigitale.eu, focalizzato su alcuni nodi dello sviluppo del digitale nella società e nella scuola italiana.

Con riferimento ai dati contenuti nel documento “Educare Digitale” dell’AGCOMFerri illustra l’arretratezza digitale dell’Italia rispetto all’Europa, analizzandone le cause.Questo divario si riflette nella scuola, che, presenta un quadro arretrato rispetto agli altri paesi europei. In accordo con il documento dell’AGCOM, Ferri sostiene che i nodi principali da sciogliere siano il completamento del cablaggio delle scuole (e della relativa infrastruttura) e la formazione metodologica dei docenti. A fronte di queste esigenze assistiamo a un taglio dei finanziamenti, giustificato dall’idea che sia possibile innovare senza spendere, trascurando il fatto che risparmiare sull’educazione vuol dire investire sull’ignoranza.

Tutto vero. Ma, parlando dell’innovazione del sistema educativo, è possibile isolare (come fa anche il PNSD) un elemento, seppure importante, ignorando le correlazioni con tutti gli altri costituenti del sistema scolastico? Secondo me, no. Supponiamo che una scuola sia connessa efficacemente in rete, per esempio con 1 Gbps, che i suoi professori siano capaci di usare per fini didattici gli strumenti digitali e che gli studenti dispongano di efficaci dispositivi personali usabili in classe (BYOD), questa innovazione sarebbe sufficiente?

Certo sarebbe un passo avanti necessario, ma non sufficiente. Rimanendo immutati gli strumenti (essenzialmente basati sulla cultura scritta), le finalità, la struttura e l’organizzazione, la scuola resterebbe inadeguata per la nostra società. La tecnologia da sola non migliora un sistema educativo, anzi può peggiorare le cose se si lascia tutto il resto immutato, come ad esempio sostiene uno studio condotto in un’accademia militare statunitense, che ha rilevato come l’uso di dispositivi personali durante le lezioni peggiori l’apprendimento degli allievi.

Un nuovo modello di apprendimento

Né si può ipotizzare che il solo fatto di introdurre le ICT modifichi di per sé la scuola nella direzione auspicabile. E allora bisogna ragionare contemporaneamente, in modo olistico, su tutti gli aspetti coinvolti nell’innovazione, a cominciare dal modello di apprendimento. Quello attuale, che considera l’apprendimento come trasferimento, veicolato soprattutto da libri di testo e lezioni cattedratiche, è messo in discussione non solo dagli scarsi risultati, ma soprattutto da neuroscienziati, scienziati cognitivi, psicologi e molti pedagogisti. La nuova scuola richiede un diverso modello di apprendimento, basato principalmente (anche se non esclusivamente) sulla costruzione (possibilmente sociale) della conoscenza, che implica partecipazione e collaborazione. Insomma, una scuola attiva in cui gli studenti, non solo ascoltano, leggono e ricordano, ma lavorano e apprendono, sia in modo individualizzato, sia in modo collaborativo, utilizzando tutti gli strumenti che trattano la conoscenza, e soprattutto gli oggetti digitali.

Ripensare gli spazi della scuola e il ruolo degli insegnanti

Così… addio libri di testo, addio antologie, addio cari, voluminosi dizionari, addio atlanti, oggi c’è di tutto e di più in rete! Ma se cambiamo il modello di apprendimento dobbiamo cambiare molte altre cose. Per esempio le aule delle nostre scuole sono progettate per ascoltare lezioni con una cattedra davanti a file di banchi. Invece, per cooperare, lavorare e anche per studiare individualmente ci vogliono spazi diversi configurabili in funzione delle attività da svolgere: lavoro di gruppo, studio individuale, discussione collettiva, lezione frontale, verifiche, giochi, attività laboratoriale individuale o di gruppo, visione di video collettiva o individuale, discussione in piccoli gruppi, ecc.

E anche il ruolo degli insegnanti cambia. Il nuovo insegnante è un progettista e gestore di ambienti di apprendimento, in cui gli studenti sono impegnati nella realizzazione di un prodotto, di un servizio o nella soluzione di un problema, attività che per essere svolte efficacemente richiedono una digital literacy che consenta di accedere alle risorse educative in rete, di usare gli strumenti per la produttività individuale (editori di testi, di immagini, di video, fogli di calcolo ecc.), di usare i linguaggi richiesti dai diversi media.

Cambiano le finalità della scuola

Non basta più saper leggere, scrivere e fare di conto: docenti e studenti di questa scuola devono essere digital literate. Ma allora anche gli scopi della scuola primaria e secondaria di primo grado devono cambiare, non solo alfabetizzare le masse, ma renderle digital literate. E qui si apre un universo nuovo: il ripensamento delle finalità della scuola per adeguarla a una società diversa da quella in cui si era sviluppata e alle cui esigenze rispondeva.

Definire finalità nuove impone il ripensamento dei curricula e il superamento delle tradizionali dispute su conoscenze, competenze, competenze vs conoscenze, competenze + conoscenze, obiettivi didattici vs liste di argomenti, programmi ministeriali ecc. Questi modi di classificare il sapere, appaiono superati per una scuola che non solo voglia essere adeguata a una società diversa, ma anche determinarne la direzione di sviluppo.

La nuova scuola deve valorizzare e potenziare le capacità di ogni studente, che deve essere messo nelle condizioni di riconoscere il proprio talento e svilupparlo, in modo che non solo possa accrescere le proprie motivazioni e la propria autostima, ma possa anche trovare un percorso di vita che lo soddisfi.

Una scuola nuova aperta al territorio

In questa scuola nuova, la struttura stessa degli edifici va ripensata. I nostri edifici scolastici sono simili a uffici, fabbriche, prigioni, caserme o ospedali, e le attività che in essi si svolgono richiedono disciplina e perseveranza. I compiti sono visti dagli studenti come lavori forzati e i pochi momenti di ricreazione, come anche la fine delle lezioni, sono vissuti come momenti liberatori. Una scuola nuova è aperta al territorio e al mondo, e in essa gli studenti lavorano e studiano volentieri, apprezzando la gioia di imparare, senza voti e senza compiti a casa.

Una scuola con spazi interconnessi, senza corridoi, spazi dove mangiare e riposarsi, spazi per lo svolgimento di attività particolari (una falegnameria, una saletta d’incisione per la musica, ecc.) altri dove condurre progetti interdisciplinari, altri ancora dove svolgere attività di drammatizzazione. Una scuola nuova che faciliti l’interazione con l’ambiente esterno a cominciare dai residenti diversi per età e per cultura, valorizzando le tradizioni locali.

Una scuola con spazi all’aperto con giochi che innescano apprendimenti (piani inclinati, altalene, coltivazioni, allevamenti), con spazi comuni per installazioni provvisorie, mostre di prodotti realizzati dai ragazzi, o per ospitare apparecchiature funzionali a progetti scolastici, come pluviometri, sismografi, telescopi ecc. Una scuola che usa il territorio come risorsa per l’apprendimento e nello stesso tempo costituisce una risorsa per il territorio.

Questa scuola ha spazi privati per ciascun docente, in cui progettare l’attività didattica e studiarne i risultati, e spazi per lavorare con i colleghi. Una scuola così richiede un profondo ripensamento della struttura e dell’organizzazione, sia per quanto riguarda la suddivisione dei livelli scolastici, sia per quanto riguarda le attività quotidiane.

Una scuola superata, che forma i cittadini del passato

Quella attuale è una struttura chiusa e selettiva, pensata per separare la formazione delle classi dirigenti da quella delle classi subalterne (Baldacci), con due compiti fondamentali quello primario dell’alfabetizzazione popolare e quello secondario della formazione della classe dirigente (Maragliano).

Questa scuola riflette l’organizzazione del lavoro del secolo scorso: la scuola primaria e secondaria di primo grado per alfabetizzare tutti; i licei per fornire una cultura prevalentemente umanistica ai futuri dirigenti, professionisti e artisti, destinati a proseguire gli studi; gli istituti tecnici per formare quadri aziendali e impiegati e le scuole professionali operai, artigiani e agricoltori. Così si formano i cittadini del passato, non quelli della società attuale o di quella futura, in cui dovranno operare. Il curriculum attuale, rigidamente segmentato in materie, descritte nei programmi ministeriali, con un po’ di autonomia locale, rispecchia questa scuola.

Superata è anche la prassi scolastica quotidiana con materie che si susseguono con cadenza oraria, senza nessuna logica: Garibaldi, le formule di Prostaferesi, gli aristotelici, il lancio del disco, la relatività, l’aoristo. Già nel 1906 Giovanni Vailati osservava:

“Uomini colti, insegnanti, studiosi di pedagogia, che respingerebbero con terrore la proposta di impegnarsi, fosse anche solo per una settimana, ad assistere a tre conferenze al giorno, una di seguito all’altra, anche sui soggetti che maggiormente li interessassero, non sembrano vedere l’assurdità didattica, igienica e psicologica di ordinamenti scolastici che costringono i ragazzi dai 10 ai 18 anni a rimanere inchiodati, in media per 5 ore al giorno, durante anni interi, sui banchi della scuola, come se non vi fossero altri mezzi per ottenere gli scopi che così si raggiungono o, per parlare più esattamente, gli scopi che si crede così di raggiungere

 

di: Vittorio Midoro

da: www.agendadigitale.eu

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