Gentile direttore, come genitori di quattro figli che hanno frequentato o stanno ancora frequentando il liceo Prati di Trento vorremmo inserirci nel dibattito innescato qualche giorno fa dallo sfogo di uno studente di quinta ginnasio contro il professore di latino e greco, accusato in prima pagina di essere eccessivamente severo e propenso alla bocciatura, nonché di essere responsabile in prima persona dell’abbandono di numerosi studenti.
A parte lo stupore per la scelta del direttore di prestarsi a fare da megafono alla delusione (e forse al rancore) di uno studente a ridosso della pubblicazione delle pagelle di fine anno, in un momento in cui l’emotività può, comprensibilmente, offuscare una visione equilibrata e oggettiva delle cose, vorremmo provare a mettere a fuoco alcuni punti che rischiano di essere messi in secondo piano nella discussione in corso.
1) Il termine “bocciatura” che compare nei titoli di tutti gli interventi fin qui pubblicati ci sembra del tutto improprio (e ci auguriamo che il titolista del giornale non lo affibbi anche al nostro!). L’intervento del professor Giovanni Ceschi apparso qualche settimana fa su questo giornale, su cui si sono appuntate le critiche dello studente deluso, conteneva un ragionamento pacato e del tutto condivisibile sull’anomalia trentina per cui, a differenza di quel che accade nel resto d’Italia, non esiste un esame di riparazione per le carenze riscontrate a fine anno, ma un sistema diseducativo e deresponsabilizzante di “debiti”, in virtù del quale è assicurata comunque la promozione automatica a giugno: volendo continuare la brutta metafora economica, si tratta in realtà di un assegno in bianco.
Con tale sistema lo studente non è stimolato a colmare le sue lacune, ma è indotto a trascinarle da un anno all’altro senza conseguenze rilevanti, lasciando alla scuola l’onere di provvedere a corsi di sostegno e recupero che costano risorse e dispendio d’energie. In base a questo sistema piuttosto perverso chi si trova a dover pagare il “debito” è, paradossalmente, la scuola nel suo complesso, non lo studente che ha accumulato le carenze.

2) La personalizzazione del dibattito intorno al professor Ceschi fa perdere di vista una realtà più ampia, ovvero l’alto numero di studenti del ginnasio in fuga da tutte le sezioni del liceo Prati, con piccole differenze tra un corso e l’altro. Questo è un tema che merita una seria riflessione, come ha provato a fare la Consulta dei genitori del liceo nella riunione del 4 giugno scorso; il numero degli studenti delle attuali quinte è passato infatti da 114 a 77, con il passaggio di vari studenti ad altri licei pubblici e privati della Provincia. Un fenomeno del genere non è certo imputabile a un singolo professore o consiglio di classe e può essere affrontato solo a partire da un più approfondito lavoro di orientamento e ri-orientamento nel delicato periodo che intercorre tra la fine della scuola media e l’inizio delle scuole superiori.
Non bisogna neanche dimenticare che in altri indirizzi di scuola superiore, come gli istituti tecnici, il tasso di ripetenza nel biennio (e i conseguenti fenomeni di cambio di indirizzo, se non di dispersione scolastica) è ben più rilevante che nei licei. Sarebbe dunque saggio, in ogni tipo di scuola superiore, evitare di moltiplicare il numero di sezioni al biennio, per evitare di dover procedere al triennio con problematici smembramenti o accorpamenti di classi.

3) Il metodo Orberg per l’insegnamento del latino e greco, praticato nella sezione C, non può essere considerato responsabile dei diffusi abbandoni. È vero invece, e ne abbiamo fatto esperienza diretta, che contro questo metodo (che costituisce l’unica seria innovazione nella didattica delle lingue classiche introdotta negli ultimi vent’anni nelle scuole italiane) esistono diffusi pregiudizi che forse la dirigenza della scuola non ha aiutato a superare. Dobbiamo aggiungere inoltre che al momento della formazione delle classi la sezione C è stata sistematicamente penalizzata nei numeri e nella composizione interna: in questa sezione, infatti, non sono stati tenuti nel debito conto quei criteri di buonsenso che garantiscono, ad esempio, un rapporto equilibrato tra studenti maschi e femmine. Perché questo? Perché, in spregio al principio della libertà di insegnamento, per la sezione C da qualche anno a questa parte si è deciso di chiedere ai genitori di esplicitare sul modulo di iscrizione alla scuola l’eventuale preferenza per il metodo Orberg, contrapposto al metodo tradizionale dell’insegnamento del latino e del greco.

Ma quanti genitori sono a conoscenza delle diverse metodologie di insegnamento (non solo del latino e del greco, ma anche delle altre discipline)? E come si può esercitare una vera libertà educativa se si è chiamati a scegliere per i propri figli tra qualcosa che presumibilmente si conosce (il metodo tradizionale) e qualcosa che non si conosce?

4) Non tutti i nostri figli hanno avuto un percorso scolastico privo di difficoltà, incidenti o battute d’arresto. Per qualcuno di loro un “debito” di latino e greco al termine del ginnasio non si è rivelato una tragedia, ma un’occasione per prendere coscienza dei propri limiti e dei propri errori e affrontare con maggiore consapevolezza la prosecuzione degli studi.

di: Claudia Dinale, Augusto Goio

da: www.ladige.it

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