Scuola, come sopravvivere alle chat dei genitori su WhatsApp.

Anna ammette con un’ombra di imbarazzo che la chat dei genitori, sul suo smartphone, è silenziata da mesi. Mamma di una ragazzina di terza media, di sé non rivela altro, non vuol essere tacciata di scortesia. «Ma – dice – mi è bastata una settimana per capire che non potevo interrompere il mio lavoro ogni due minuti per guardare il messaggio appena arrivato». Auguri seriali di Natale o compleanno, catene di ringraziamenti, indiscrezioni, battute da adolescenti di ritorno… «Quel tempo, io non l’avevo. Ho pensato che a un certo punto avrei comunque recuperato con calma le conversazioni».

Chat di classe dei genitori: a chi tocca controllare e cosa scrivere. 10 regole
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Comunicazioni di servizio

Con i ragazzi tornati sui banchi, per i genitori riparte l’ansia da chat di classe: quei gruppi WhatsApp cui un po’ tutti si trovano a partecipare. Nei micromessaggi si fa l’inventario delle attrezzature, si commenta il cambio di insegnanti, si incrociano domande e risposte sugli orari delle lezioni. Dibattiti virtuali che si accendono ogni pomeriggio sugli schermi dei telefoni. «Utili, certo, per le comunicazioni di servizio – avverte il pedagogista Daniele Novara – ma che rischiano di diventare lo sfogatoio di genitori con problemi o di supermamme ansiose di sollevare polveroni o di mostrare agli altri quello che si deve fare». Perché c’è sempre chi scrive un messaggio più del necessario, chi trasforma questioni nate dal nulla in problemi enormi. Ne sanno qualcosa quei presidi che lo scorso anno scolastico hanno lanciato appelli alle famiglie per disincentivare la proliferazione o l’uso irrispettoso dei gruppi WhatsApp. «Partono magari dalla richiesta di compiti per il figlio smemorato – lamentava la dirigente di una scuola del Livornese – ma a volte arrivano a mettere in discussione la scuola, i professori, la didattica».

Alla luce del sole

E se il papà o la mamma che si disinteressa della scuola del figlio e dell’insegnamento rischia di essere bollato come genitore disattento, quando innesca proteste sugli esiti delle verifiche, valutazioni dei docenti, lamentele sulla quantità di compiti, può creare un cortocircuito: «A scuola ci vanno gli alunni. I genitori non devono mettersi in cattedra – sostiene Novara -. Se poi sono insoddisfatti della scuola, la chat di classe non è il luogo giusto per aprire un dibattito sui metodi educativi. Questo va fatto in apposite riunioni, dove possono anche scoppiare conflitti, ma alla luce del sole; mentre la chat è senza filtro, può facilmente degenerare». Sbagliato anche usare i gruppi per indagare su chi ha rubato la merendina, o chi ha fatto male al proprio bambino all’intervallo: «Tanti intervengono con leggerezza, senza riflettere sulle conseguenze e senza preoccuparsi di trasformare piccole questioni in una caccia alle streghe», avverte Alberto Pellai, psicoterapeuta. Lui è iscritto a quattro gruppi, uno per ognuno dei quattro figli, «però finora ho interagito molto poco», ammette. Sull’utilità delle chat non ha dubbi: «C’è sempre qualcuno pronto a rispondere a un quesito o a dare una mano. E un uso corretto può contribuire a insegnare ai figli il rispetto delle regole delle comunicazioni digitali».

Quando una mail è meglio

Ma come per tutte le conversazioni social, quando le questioni si fanno importanti, è meglio portarle avanti in un luogo in cui ci si confronta di persona, ci si guarda negli occhi. «Quando abbiamo i nostri interlocutori di fronte funzioniamo meglio, c’è più autoregolazione – dice – Nell’immediatezza del messaggio si superano confini che non dovrebbero essere superati, si arriva alla maldicenza, all’insulto, alla denigrazione dei professori, si instillano dubbi di trattamenti diversi nei confronti degli alunni. Senza tenere in conto che anziché all’orecchio di un’amica si sussurra (e spettegola) a quello di venti, trenta persone contemporaneamente», dice Paolo Ferri, che insegna Tecnologie per la didattica alla Bicocca di Milano. Il problema non è la chat – sostiene il docente – ma chi c’è dentro. Poche, ma essenziali, le regole perché funzioni: «Un amministratore con mano ferma, che conosca le tematiche della privacy, e un numero limitato di partecipanti. Chiarire quali argomenti sono “on” o “off” topics (fuori tema). No alle discussioni personali: se emergono criticità vanno gestite al di fuori. E guai a schiacciare il comando “Invio” prima di aver riletto il contenuto del messaggio». Quando c’è un problema serio, infine, meglio usare altri canali: «In una mail, la conversazione sarà automaticamente più pacata. E una telefonata al dirigente servirà a risolvere la questione meglio di una chat selvaggia».

di: Antonella De Gregorio

da: www.corriere.it

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