sir_ken_robinson_photoUno su cinque lascia alle superiori, ma quelli che non imparano sono molti di più

Se ne vanno, spesso senza neppure spiegare il perché. Smettono di studiare e basta. A volte non entrano neppure nel mondo del lavoro. Nei Paesi anglosassoni li chiamano “early school leavers”. In Italia, dove il fenomeno è tutt’altro che sconfitto si preferisce un termine burocratico: dispersione scolastica. Grave, ma è solo la punta di un iceberg, assicura sir Ken Robinson, pedagogista britannico di fama internazionale, molto seguito dalla comunità internettiana: l’abbandono precoce degli studi è ben poca cosa se paragonato a tutti «quei ragazzi che vanno a scuola ma sono completamente disinteressati, non si divertono e non traggono alcun beneficio» dalle ore passate sui banchi, «come se stessero svolgendo un lavoro d’ufficio di basso livello».

Anche vostro figlio o i vostri allievi mostrano i sintomi di questa strana “epidemia”? I bambini all’asilo perlopiù dipingono. Disegni pieni di colori, con le forme più strane. Belli o brutti non c’è n’è mai uno uguale all’altro; ognuno è un unico e personalissimo racconto della propria creatività. Ricordo un bambino che di essere lasciato alla materna, ogni mattino, proprio non ne voleva sapere. Quando però c’era la maestra dei colori – «la maestra in più», diceva, di quelle oggi scomparse per “mancanza di risorse” – era tutta un’altra cosa. Un giorno la maestra dei colori è andata incontro alla mamma con un foglio che era un tripudio di azzurri, di turchesi, di blu. Molto intenso. «Ecco, questo è suo figlio, guardi quanto colore ha dentro». Quel bambino, come tutti i bambini, ha cominciato le elementari, poi le medie, infine il liceo. Ha accettato ogni mattino di varcare di buon grado i portoni delle scuole, ha iniziato a colorare secondo le regole, ha studiato storia dell’arte, disegno tecnico, geometria, ha imparato tante altre cose, dall’algebra al latino. Ha fatto qualche test e molte verifiche, come tutti i bambini e tutti i ragazzi. Non ha piu riempito fogli con i colori che aveva dentro, tranne per qualche tema d’italiano dove al posto dei colori usava le parole. Ma spesso, in questo modo, andava “fuori tema”. Così ha imparato anche a scegliere argomenti di storia o letteratura per le sue composizioni: se si scrivono in buon italiano le stesse cose che dicono i libri, in genere non si sbaglia mai troppo. Quando si parla di creatività a scuola, in genere, ci si riferisce al gioco e alle attività espressive, relegandole ai primi anni di scuola e a momenti o materie di minor impegno.

Alle medie inferiori, ormai, la creatività è sullo sfondo. Ed è riconosciuta solo in pochi alunni, che vengono invitati ad iscriversi in un liceo artistico. Eppure la creatività è innata in ogni mente umana. Un dono di tutti, diverso in ognuno, che la scuola dovrebbe coltivare sempre. E non vuol dire, necessariamente, fare un disegno. Tra i più strenui difensori della “scuola della creatività” contrapposta alla “scuola della routine” è proprio sir Ken Robinson, inglese trapiantato in California, che quest’anno ha per l’ennesima volta infiammato la platea online delle Ted Conference con uno speech sovraccarico di umorismo e stilettate che già dal titolo era un grido di battaglia: “Come sfuggire alla valle della morte dell’istruzione”. La tesi, dirà qualcuno, non è nuova ma vale la pena riascoltarla. Ad esempio, quando sir Robinson invita a guardare oltre l’abbandono scolastico. Il ritiro precoce dagli studi è, in effetti, un tema centrale delle politiche sulla scuola anche inEuropa e l’Italia è fra i Paesi più in ritardo rispetto agli obbiettivi fissati dalla Commissione europea. Secondo i dati del 2012, la dispersione si attesta in Italia al 17,6% (18,2 % nel 2011) contro una media Ue del 12,8% (13,5%): quasi un alunno su cinque, tra le medie e le superiori, lascia la nostra scuola. Il momento di crisi certo non aiuta a trattenere i ragazzi in classe oltre il periodo della scuola dell’obbligo, soprattutto nelle fasce sociali meno abbienti. Ma, a detta dell’esperto britannico, la dispersione scolastica è statisticamente ben poca cosa se paragonata alla folla di chi sta in classe soltanto per scaldare il banco e non mostra alcun interesse per le parole degli insegnanti o per le materie da studiare. Il problema, avverte Robinson, non sono le risorse: «Si spende molto nel sistema scolastico, piuttosto la scuola sta andando nella direzione sbagliata».

L’elenco degli errori non è lungo ma molto puntuale. Errore numero 1: «Gli esseri umani sono per natura diversi, la scuola invece si basa su standard fissi». Errore numero 2: «La curiosità è il motore del successo, insegnare dovrebbe essere un lavoro creativo: i grandi maestri non passano solo informazioni, sono anche mentori, incoraggiano, provocano, coinvolgono gli studenti. Il sistema scolastico di oggi, invece, ruota intorno a verifiche e test». Errore numero 3: «La mente umana è per natura creativa, per questo la specie umana è così dinamica. Invece di stimolare questa creatività, la scuola predilige una cultura conformista». Ogni ragazzo che lascia la scuola, o langue sui banchi, ha un motivo: trova le lezioni noiose, irrilevanti, astruse, si diverte più fuori. Di sicuro non si sente realizzato, dentro le quattro mura della classe. Il suo fallimento, in qualche modo, è il fallimento di un sistema educativo sempre più deciso a tavolino dai funzionari ministeriali, sempre meno vissuto nelle aule in un dialogo indispensabile e continuo tra insegnante e allievi. Come dovrebbe essere, come ha raccontato mirabilmente il regista Peter Weir nel film L’attimo fuggente. “Back to the people”, invita sir Robinson. Tornate alle persone, a quelle piccole persone che vanno all’asilo e riempiono i fogli di colori, dei loro colori. Se non volete ritrovarvi con dei giovani che pensano e vivono solo in bianco e nero.

 

da: www.corrieredellasera.it