hqdefaultIrene Enriques: per ora in Italia solo il 2-3% dei ragazzi studia su testi digitali.

Duecento libri all’anno. Il 90 per cento anche in versione ebook. Altrettanti solo e-book. Nascita a Modena nel 1859, trasferimento a Bologna nel 1866. Il fatturato, più di 150 anni dopo? Ancora dalla carta, dai volumi cartacei. Il tablet come complemento, l’e-book che rimane innovazione non venduta. Si raccontano con ironia, stupore, professionalità non sbandierata alla Zanichelli, la casa editrice più grande di Bologna, al top italiano da sempre per l’editoria scolastica di grande stile, vissuta come formazione alla cultura e alla vita, alte e quotidiane.

Ed ecco Irene Enriques, figlia di Federico e pronipote di Federigo, raccontare il suo approccio con il digitale fra famiglia e azienda. Gli Enriques sono la storia d’Italia: sono la Zanichelli da più di cento anni, sono la storia della matematica. Gli idealisti Croce e Gentile, emarginando il genio scientifico Federigo, indirizzarono il Paese verso una strada che ancora adesso paghiamo.Irene è direttore generale e laureata in matematica, come il bisnonno.

Venerdì sera il Mulino (che nel 2008 pubblicò un bel libro di papà Federico sulla Zanichelli) ha scelto lei per aprire il filone scientifico-scolastico per la festa dei suoi 60 anni, che continuerà anche oggi con incontri e dibattiti in vari luoghi della città. Ed eccola discutere – mentre altrove si trattava di filosofia, politica, università – di «L come libro, T come Tablet». Ci sono al suo fianco Giuseppe Riva, professore universitario, psicologo della comunicazione autore di «Nativi digitali», e Daniele Barca, già dirigente scolastico regionale, ora all’Istituto comprensivo U. Amaldi, Piacenza, scuola unica, all’avanguardia, sei biblioteche per sei plessi, «umanista prestato al digitale» dice lui, «pioniere » di un nuovo insegnamento lo descrivono i compagni. Alla Galleria Acquaderni davanti alla Feltrinelli c’è il pieno di insegnanti. Non proprio giovanissimi, e questo forse è un segnale di confini che passano fra chi crede di dover imparare e chi già sa o crede di sapere o non è interessato.

«Come si studia meglio?» è la domanda della serata. La risposta è: meglio con il libro cartaceo, l’e-book per ora non si sa, leggero, elettronico, ma statico, difficile da percorrere come un vecchio volume. E il tablet? «Soprattutto le ragazze amano sottolineare il libro – dice Barca – i ragazzi molto meno, dopo due secondi si mettono a fare giochini». Irene Enriques racconta della figlia quindicenne che manifesta contro Renzi perché (fra l’altro) «vuole sostituire i libri con il digitale». «In realtà per ora in Italia – dice la mamma – solo il 2-3% degli studenti usa testi digitali, ma può darsi che quest’anno ci sia un salto apprezzabile ».

Il Nord Europa con i suoi dati è lontano, come lo sono gli Usa, ma la Zanichelli fornisce «ore di formazione a distanza a ottomila insegnanti ». «Il libro è meglio per la dimensione linguistica, – spiega Riva, guardando ai suoi figli di 4 e 7 anni – il tablet apre a pensare prima che si sappia leggere, molto piccoli». Il pubblico prende appunti di carta, qualcuno guarda l’iPad. «Il perno di ogni discorso è l’insegnante con la sua didattica — dice Barca —, poi si va a discutere dell’oggetto libro e delle interazioni». Il digitale abbatte le differenze, persino quelle delle disabilità, attiva, secondo l’Accademia delle Scienze francese, tutte le aree cerebrali nei bambini, favorendo il pensiero complesso da grandi. «Ma non si può sostituire il libro con il digitale », prevede Riva. «Il libro digitale non è usato nonostante i ragazzi abbiamo il tablet», aggiunge Barca. «Il libro è insostituibile », continua Riva. Irene Enriques, che deve fare i conti anche con vendite e fatturati, conclude così: «Speriamo ».

 

da: www.corriere.it