A scuola di paura

“Si teme così tanto il confronto con le nuove generazioni di studenti che si stentano a capire e con cui fatichiamo a lavorare, che la risposta diventa non solo autoritaria, ma quasi vendicativa” – Su ilLibraio.it la riflessione di Giusi Marchetta, insegnante e scrittrice, che risponde al discusso decalogo proposto da Ernesto Galli della Loggia e fa i conti con i tanti problemi nelle classi, e non dimentica che sono tanti gli insegnanti e i Presidi che si impegnano per una scuola migliore, convinti che ci sia “qualcosa di profondamente uguale nel professore e nell’alunno. Per quanto possa sembrare assurdo sono entrambi esseri umani e a quell’umanità il bravo docente si aggrappa ogni volta che entra in classe…”

Mi piacerebbe non aver letto le dieci proposte per un cambiamento della scuola apparse sul Corriere della Sera a firma di Ernesto Galli della Loggia. Da insegnante, infatti, mi è sembrato (e mi auguro così sia sembrato a molti) un elenco inaccettabile sia per il contenuto che per la forma.

Dopo una prima reazione di rifiuto, comunque, ho provato a rileggere l’articolo cercando tra le righe una ragione per cui a qualcuno possa sembrare sensato nel 2018 parlare di una predellache innalzi la cattedra al di sopra degli alunni come di un’ipotesi che non suoni quantomeno grottesca. Un motivo vero deve esserci, mi sono detta, alla base di ogni singola costrizione inflitta agli studenti, che si tratti della pulizia obbligatoria della scuola, di salutare in piedi l’ingresso del docente in aula o di essere vincolati alla visione di pellicole a scopo educativo in orario pomeridiano.

Quello che mi appare più evidente è una enorme, spropositata, irragionevole, paura. Si teme così tanto il confronto con le nuove generazioni di studenti che si stentano a capire e con cui fatichiamo a lavorare, che la risposta diventa non solo autoritaria, ma quasi vendicativa.

Usate i cellulari in classe e quindi noi ne impediamo la vendita ai minori di quattordici anni.

Non ci rispettate e quindi noi chiediamo il gesto vuoto e ipocrita di alzarvi in cambio perché chi passa nel corridoio in quel momento possa pensare che per voi significhiamo qualcosa. Ci sediamo più in alto in modo che non possiate raggiungerci.

E non facciamo queste cose perché siamo adulti e dobbiamo insegnarvi qualcosa: le facciamo perché abbiamo paura e di come vi si insegni qualcosa non abbiamo la più pallida idea.

Vorrei rassicurare il professore Galli Della Loggia che invece a scuola di alternative a questo rinchiudersi fuori dalla portata degli studenti ne abbiamo molte. Sono alternative difficili e non sempre riusciamo a metterle in atto, ma funzionano ed esistono da un bel po’.

Innanzitutto, come ha ben sostenuto sempre sul Corriere Carlo Rovelli, non ci serve una cattedra alta. Anzi, ci serve poco una cattedra. Maciniamo chilometri in piedi tra i banchi tutte le mattine perché si insegna col corpo e da vicino. Non nelle aule universitarie forse, ma a scuola sempre, perché spesso le pagine del quaderno vanno riempite in due, i libri sfogliati insieme e perché tu insegnante non sei davanti a loro, se lì con loro, ed è diverso.

Alla Frassati, dove insegno, gli alunni si alzano quando entriamo in classe, ma se qualcuno pensa che questo gesto sia lo stesso per tutti si sbaglia di grosso.

Ci sono mattine nella mia terza in cui sento tutto l’affetto di questo saluto e la complicità di uno sguardo immediatamente ricambiato, cercato già sulla soglia della porta. In seconda è diverso. È una classe vivace e il mio arrivo interrompe spesso qualcosa di chiassoso e, a volte, platealmente illecito. Questo silenzio improvviso, però, dice che adesso ci sono e qualcosa è cambiato. È un altro inizio. Nella dinamica alienante dei docenti che entrano ed escono dalla porta (questo sì un punto ancora debole della nostra didattica) quello è il nostro saluto. È l’unico momento della lezione in cui siamo in piedi tutti; io li guardo e con i libri in braccio, il computer ancora al fianco, già parlo con qualcuno, li abituo alla mia presenza che è un’intrusione e un venirli a trovare.

Non c’è nessuna lezione per me senza quel momento iniziale, quei pochi minuti che ci prendiamo per riabituarci l’una agli altri. So di colleghi che usano questo tempo per farli muovere, sgranchirsi gambe e braccia; altri hanno inventato un saluto personale. A me basta capire che umore ha la classe, dal primo all’ultimo, se è successo qualcosa di bello o di brutto che rimanderà per qualche minuto la lezione di grammatica.

Per questo non mi serve necessariamente che si alzino, mi serve il saluto. Chi prende questo gesto e lo trasforma in un’interazione militare, una pretesa forma di rispetto, non sta insegnando, ma addestrando. Una cucciolata di golden retriever farebbe la stessa cosa senza problemi.

Leggo tanta paura dei ragazzi, dunque, e del mondo che ci circonda. Dei loro smartphone, della loro voglia di andare in gita a Berlino invece che a Lucca. Se la proposta è quella di rispondere con una scuola impreparata in materia, non possiamo che bocciare sia la proposta che la scuola.

Il mondo esiste, infatti, ed è sempre più presente e invasivo nei confronti di tutti. Chi può insegnare qualcosa se non chi con questo mondo è abituato a confrontarsi? Non tema, professore: i ragazzi del digitale non sanno niente. Alle medie, almeno, l’etichetta di nativi digitali l’hanno inventata degli adulti che non hanno mai visto arrancare i ragazzi dietro un banale power point. Però imparano in fretta se ci si lavora insieme e se la scuola mette a disposizione gli strumenti che non tutti hanno a casa. E Berlino. Deve mettere a disposizione anche Berlino perché per molti nel corso della vita Lucca sarà a portata di viaggio. Non tutti invece vedranno il segno del Muro a terra dopo averlo studiato nei libri. A questi ragazzi, se riusciamo, noi dobbiamo dare Berlino.

Paura dei ragazzi e paura dei genitori, ovviamente. Perché vengono a scuola e ci insultano e ci picchiano; fanno ricorsi ridicoli e li vincono per vizi di forma. Difendono i figli sempre e comunque. Sono pessimi. Non tutti ma molti.

Dirò di più, professore. Si potrebbe anche rilanciare: dire anche che alcuni abusano dei figli in vari modi; altri li educano all’odio e al razzismo; altri ancora non perdono occasione per renderli fragili, insicuri, spezzati già a dodici anni.

Ebbene sono tutti motivi questi per far entrare le famiglie a scuola: farle entrare e quasi non farle più uscire. Lavorare con loro e per loro anche quando non se ne rendono conto. Diventare un punto di riferimento con una presenza efficace, onesta, credibile.

Ma è proprio questo il problema, non è vero? Esserci senza paura perché si sta facendo il proprio dovere in un’istituzione che funziona come dovrebbe. E invece l’istituzione non funziona e allora la paura resta e vince tutto.

Vorrei dire anche che capisco che esistano insegnanti che sono d’accordo con queste proposte. Chi entra in classe anno dopo anno conosce le battaglie, le difficoltà e i dispiaceri di chi lavora a contatto con le persone. È un’attività logorante, costellata di frequenti insuccessi e di piccole insperate vittorie. Ci sono errori che ti tormentano per anni. Nomi e cognomi che porti a lungo sulla coscienza.

Questa paura dei ragazzi, delle famiglie, del fallimento io la capisco perché la conosco bene. Però è una palla al piede, non è la spinta verso nessun cambiamento.

La risposta è un’altra, molto più difficile da attuare. Bisogna investire sulla scuola e su chi la fa: offrire insegnanti preparati oltre che motivati da uno stipendio più alto; strutture sicure e attrezzate. Corsi pensati nell’unico modo in cui dovrebbero essere pensati: in funzione dello studente.

Per i cosiddetti reazionari della scuola autoritaria è questo dunque il problema alla base di tutto. Basterebbe dirlo, essere onesti: dovremmo essere autorevoli con gli studenti, significare qualcosa nella relazione educativa che ci lega, solo che non lo sappiamo fare e per questo dobbiamo nasconderci dietro la cattedra (o sopra), abbaiare ordini con toni concitati, formule assertive, un pizzico di paternalismo e nostalgia per periodi inesistenti in cui le cose andavano bene. A sorpresa anche diversi genitori concorderanno: del resto questi delinquenti hanno rotto, che gli si spezzi le reni.

Ebbene, tutti quelli che la pensano così si sono arresi troppo presto. Una scuola sensata, civile, efficace, esiste e molti, insegnanti e Presidi, la fanno tutti i giorni. Forse perché sono convinti di una cosa che il professor Galli Della Loggia e altri disprezzano: l’idea che ci sia qualcosa di profondamente uguale nel professore e nell’alunno. Per quanto possa sembrare assurdo sono entrambi esseri umani e a quell’umanità il bravo docente si aggrappa ogni volta che entra in classe. La mostra, la celebra, la usa per indicare all’alunno una strada e per dimostrargli che esiste un modo di essere che lo accomuna agli altri. Sì, anche agli adulti. E ai neri. E ai Berlinesi. E alle donne. Gli omosessuali. Perfino ai professori.

Il bravo docente non crede che la democrazia debba restare fuori dalla scuola anche se è tanto difficile insegnarla e c’è chi usa questo termine come se fosse una parolaccia. Crede, al contrario, che senza democrazia nella scuola, non se ne troverà più neanche fuori. E di questo mi sembra legittimo avere paura.

L’AUTRICE – Giusi Marchetta, nata a Milano nel 1982, è cresciuta a Caserta, poi si è trasferita a Napoli. Oggi vive a Torino dove è insegnante. Per Terre di Mezzo ha pubblicato le raccolte di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (2008), con la quale ha vinto il Premio Calvino, e Napoli ore 11 (2010). Il suo primo romanzo, L’iguana non vuole, è stato pubblicato nel 2011 da Rizzoli. Nel 2015 è uscito, per Einaudi, Lettori si cresce. Il suo nuovo romanzo è Dove sei stata, Rizzoli.

 

di: Giusi Marchetta

da: www.illibraio.it

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By | 2018-06-08T14:28:47+00:00 giugno 8th, 2018|Didattica, Famiglia, Insegnanti, MIUR, News, Politica, Recensioni, Scuole, Studenti|0 Comments

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