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Scuola, quella italiana è inclusiva. Ma per i ragazzi svantaggiati è sempre più dura

Il nostro sistema scolastico si piazza in posizioni alte nel report dell’Unicef sulle disuguaglianze educative, più di Francia e Germania. Lo studio analizza però come vivere in un Paese ricco non garantisca un accesso equo all’istruzione di qualità.

La scuola italiana attenua le disuguaglianze di partenza dei propri alunni più di quanto non riescano a fare Francia e Germania e la maggior parte dei Paesi ricchi del pianeta. La buona notizia arriva dalla Report Card, il rapporto realizzato, e pubblicato ieri, dal Centro di ricerca Innocenti dell’Unicef. “Partire svantaggiati: le disuguaglianze educative tra i bambini dei paesi ricchi”, il titolo del rapporto che indaga la situazione in tre livelli scolastici: scuola dell’infanzia, primaria e superiore. L’Unicef mette sotto la lente d’ingrandimento i sistemi educativi dei Paesi più ricchi del mondo scandagliando le disuguaglianze educative al loro interno e i motivi per cui permangono forti sperequazioni tra gli alunni. Per la scuola primaria e la scuola superiore, l’indicatore preso in esame è la differenza di competenze in Lettura tra il 10% degli alunni migliori e il 10% degli alunni peggiori di ogni Paese, in base ai risultati che scaturiscono da due test internazionali: il Pirls 2016 e il Pisa 2015. Lo studio analizza come vivere in un Paese ricco non garantisca un accesso equo a una istruzione di qualità. Dal report emerge infatti che i bambini dei Paesi meno ricchi spesso hanno rendimenti scolastici migliori nonostante minori risorse nazionali.
Per la primaria sono state prese in esame le performance degli scolari di quarta elementare mentre per le superiori quelle degli studenti del secondo anno: i quindicenni. E nel ranking che misura le “disuguaglianze educative” l’Italia si piazza sempre nella parte alta della classifica. Su 41 paesi presi in esame, tutti membri dell’Ocse e dell’Unione europea, il Belpaese figura al sesto posto per la scuola elementare e al tredicesimo per la scuola secondaria di secondo grado. Francia e Germania, competitor diretti dell’Italia in campo economico, fanno peggio. I transalpini precipitano al 35° posto al superiore e al 14° all’elementare mentre la Germania si deve accontentare del 20° posto alla scuola elementare e del 23° posto al superiore. Ma anche se quella italiana appare come una delle scuole più inclusive permangono forti differenze, legate soprattutto al contesto socio economico di partenza degli alunni.

Alla primaria, tra i bambini più bravi e i compagni meno bravi intercorrono 166 punti del Pirls. Il paese più inclusivo in assoluto, l’Olanda, ne conta 155 punti di differenza, quello più diseguale, Malta, addirittura 232. Ma cosa rappresentano i 166 punti di differenza tra i bambini di quarta elementare italiani più bravi e quelli meno bravi? Un divario di due livelli di competenze, spiegano dall’Unicef che ha diviso gli alunni in quattro livelli: basso (400 punti), intermedio (475), alto (550) e avanzato (625). Che differiscono per uno scarto di 75 punti. “Al livello più basso, un bambino – esplicita il dossier – è in grado di leggere un testo semplice e di individuare informazioni che vi sono esplicitamente riportate. Al livello avanzato, un bambino è in grado di leggere un testo relativamente complesso e di interpretare le motivazioni e i sentimenti di un personaggio, anche se questi non sono esplicitamente indicati”.

Al superiore i quindicenni italiani si piazzano al 13° posto con 244 punti di scarto tra i migliori e i peggiori studenti in Lettura. E comunque in una fascia della classifica – quella del terzo superiore – che raggruppa i paesi con sistemi di istruzione equi. La Lettonia, con 211 punti, è il paese più virtuoso. È il livello socio-economico della famiglia di origine degli alunni a discriminare maggiormente le performance. Anche se influiscono il background migratorio, il genere e la scuola. Perché in molti paesi gli studenti “migliori” tendono ad iscriversi nelle stesse scuole, scartando quelle più problematiche. Per la scuola dell’infanzia è stato invece adottato un indicatore di tipo quantitativo: la quota di bambini iscritti “a forme di apprendimento organizzato, per almeno un’ora alla settimana, un anno prima dell’età ufficiale di inizio della scuola primaria”.  Dove l’Italia, col 98,5%, figura al 15° posto.

Per ridurre le disuguaglianze educative occorre “garantire istruzione e cura di alta qualità nella prima infanzia a tutti i bambini”. Ma anche “assicurare che tutti i bambini raggiungano un livello minimo di competenze di base adeguato” riducendo “l’impatto delle disuguaglianze socio-economiche” e colmando “i divari di genere nel raggiungimento degli obiettivi”. E per comprendere al meglio il fenomeno occorre “produrre dati migliori ponendo l’attenzione all’uguaglianza, non alle semplici medie”. L’obiettivo delle politiche scolastiche dei diversi paesi è quello di “garantire entro il 2030 ad ogni ragazza e ragazzo libertà, equità e qualità nel completamento dell’educazione primaria e secondaria che porti a risultati di apprendimento adeguati e concreti”.

 

di: Salvo Intravaia

da: www.repubblica.it

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By |2018-11-06T09:06:49+00:00novembre 6th, 2018|Didattica, Famiglia, Formazione, Insegnanti, MIUR, News, Politica, Recensioni, Scuole, Studenti|0 Comments

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